Top ten:

  1. Esmerine – Dalmak
  2. Boards of Canada – Tomorrow’s Harvest
  3. Dutch Uncles – Out of touch in the wild
  4. Prototyperaptor – 3-1
  5. Vampire Weekend – Modern Vampires of the City
  6. Capital Cities – In a tidal wave of mystery
  7. David Bowie – The Next Day
  8. Everything Everything – Arc
  9. Sigur Ros – Kveikur
  10. Ephera – Ecstasy

In ordine sparso:

  • Nosaj Thing – Home
  • Psicomagia – Psicomagia
  • This Town Needs Guns – 13.0.0.0.0
  • Daft Punk – Random Access Memories
  • Machinedrum – Vapor City
  • Steven Wilson – The Raven that refused to sing
  • Four Tet – Beautiful Rewind
  • Bonobo – The North Borders

1) Super Mario 3D World
2) Luigi’s Mansion 2
3) Pikmin 3
4) The Legend of Zelda: The Wind Waker HD
5) The Legend of Zelda: A Link Between Worlds
6) Donkey Kong Country Returns 3D
7) Animal Crossing: New Leaf

 

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Normalmente non dovrebbero sussistere dubbi, ma vista la situazione in cui si ritrova impelagata Nintendo – leggi fallimento su tutta la linea del progetto Wii U – c’era da aspettarsi il peggio. La stessa confusione che imperversa intorno alla console pareva affliggere anche la genesi del nuovo Mario 3D: i più ottimisti credevano in un porting del 3D Land, gli altri già gridavano al disastro. All’E3, testimoni oculari giuravano di aver provato un gioco fiacco, confuso e poco ispirato. E La puzza di bruciato devono averla sentita anche a Tokyo, data la quantità di aggiunte rivelate trailer dopo trailer: palloni esplosivi, travestimenti da goomba, frutti sdoppianti, cannoni portatili e chi più ne ha più ne metta. A quel punto le perplessità non erano più sulla quantità, ma sull’armonia: come si sarebbero incastrate tutte queste meccaniche senza rendere il prodotto finale un polpettone indigeribile? La risposta sta nella maestria degli artigiani, che hanno creato un artefatto in grado di reinterpretare videogaming giapponese, un prisma che rifrange su ogni faccia infinite sfumature di gameplay. Leggi il seguito di questo post »

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Dalmak è una fusione di suoni e di linguaggi di popoli che convivono sullo stesso specchio salato. Un diario di viaggio, dove vi sono annotate musiche e canti di luoghi – aree di scambio per natura – porti dove mani, strumenti e parole di diverse origini trovano contatto. L’etimo stesso, in turco, significa immersione. Ed è l’immersione totale nell’estuario policulturale di Istanbul il significato da ricondurre all’album, non solo da un punto di vista filologico, quanto, piuttosto, da una prospettiva mistica. Brani come Hayale Dalmak, White Pine e Yavri Yavri esplorano una dimensione astratta, una ricostruzione cartografica del viaggio in medioriente, ma attraverso le sensazioni del viaggiatore completamente assorto nella contemplazione. Sono afflati instillati da una tale delicatezza e spiritualità da far pensare a un concerto dei Popol Vuh in una moschea.
Ma c’è un altro aspetto del disco, incarnato in modo perfetto da Barn Board Fire, che tocca corde più materiali: mostra un’immersione fisica nel fermento dei popoli, nei bazar, nei sapore aggressivi delle spezie. Lo stesso impeto rappresentato dalla transizione tra la calma fluviale di Lost River Blues e l’esplosione di Lost River Blues II, un soft-loud folk che ci riporta al centro del mondo, ed è percepibile lo stridere del contatto delle varie tradizioni.
L’alchimia tra poli apparentemente inconciliabili – elettrico e tradizionale, (post)rock e folk, occidentale e orientale – è frutto di una sinergia tra il vecchio nucleo degli Esmerine (Beckie Foon, violoncellista, ex A Silver Mt. Zion, e Bruce Cawdron, percussionista, già membro dei Godspeed You! Black Emperor) e il nuovo, formato da un nugolo di musicisti locali alle prese con bendir, saz e metallofoni assortiti, nata durante una serie di concerti in Turchia.

Tra l’istinto di rinnovamento e la fedeltà al proprio stile, gli Esmerine imboccano una meravigliosa via di mezzo con questo raffinato post-rock bizantino.

My Body is Ready!

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Sì, vabbe’, però Donkey Kong Country Returns 3D è un porting superfluo e nemmeno tanto riuscito sul piano tecnico. Dettagli segati, frame rate dimezzato e conseguente input-lag, tutto nel nome del 3D e della portatilità – che si portano in dote tanto aliasing e un fastidiosissimo cross-talking, assieme a una miniaturizzazione dei personaggi un po’ deprimente. Epperò è pur sempre il platform 2D più bello della scorsa gen, che volete dirgli? Vi esaltate, con quel level design da portare ad esempio nelle aule (di tutte le scuole, non solo di game design) griffato Retro, che è quasi uno spreco vederli sempre alle prese col gorillone e non con un, chessò, un Metroid. Vi sgolate a gridare blasfemie, intanto che morite tentando di raccogliere le lettere o i pezzi dei puzzle. Alla fine piangete, perché ogni mondo completato è un’estasi che nessun altro videogame può farvi provare. È tosto come quei giochi cui non siete più abituati, rammolliti da anni di inerzia sonara. È però anche prodigo di soddisfazioni, perché finalmente ritornate alle sensazioni di aver superato un’ordalia giocando a un videogioco, se mai avete provato sensazioni simili. Leggi il seguito di questo post »

Il 12 ottobre 2013 sarà la data di lancio del 2DS, preparatevi all’invasione. Un 3DS senza il 3D, che non si chiude, con l’audio mono e la forma di un Gig Tiger: un downgrade indirizzato ai bambini, che venderà “gilioni”, abbinato al nuovo gioco dei Pokemon. Ma i grandi che dicono? La prima reazione è stata: “Mamma Nintendo abbandona il 3D!”. C’è persino chi gli ha tributato un articolo. Che gonzi! Lasciatemelo dire. Mamma Nintendo non ha deciso di abbandonare il 3D: lo ha già fatto da un pezzo, poco-poco, piano-piano. Non mi riferisco al semplice effetto ottico, quello ci sarà fino a che campa il 3DS. Sto parlando del suo impiego relativo alle meccaniche di gioco. È da Pullblox che non se ne rileva un uso concreto. Basta fare una prova: tirate giù la levetta e trovatemi le differenze. Con l’annuncio del 2DS è arrivata solo la conferma dell’irreversibilità del trend. L’ennesima feature prima strombazzata a destra e a manca come “maipiùsenza”, poi abbandonata come il più superfluo dei gimmick. Ma mica è tutta colpa di Nintendo? Ok, per una buona parte sì. Leggi il seguito di questo post »

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Il numero 22 di Players è online e mi vede tornare in scaletta con “La Grande Babele dei Videogiochi“. L’articolo La spataffiata pretende di essere un’analisi semio-linguistica sul “funzionamento” dei generi videoludici – che costituiscono l’impalcatura del “sistema linguaggio” dei videogame – sulla loro natura liquida e di come stanno rapidamente trasformandosi.

Com’è strutturato il complesso linguaggio dei videogiochi? Come  sarà nel  futuro prossimo? Cosa leggerò sotto l’ombrellone? La risposta a queste domande la trovate qui.

  1. Bernhoft – Shout (C2C Remix)
  2. C2C – Delta
  3. Flight Facilities – Crave You ft. Giselle
  4. aRTIST oF tHE yEAR – mANHUNT
  5. Sebastien Tellier – L’amour et la violence (Boys Noize Euro Mix)
  6. Sebastien Tellier – Kilometer (Moullinex Remix)
  7. Lindstrom – Lamm-el-aar
  8. Mux Mool – Cash for Gold
  1. Japan – Voices raised in welcome, hands raised in prayer
  2. Alice – L’era del mito
  3. Japan – Life without buildings
  4. Nicola Alesini e Pier Luigi Andreoni – Across the cities
  5. Nicola Alesini e Pier Luigi Andreoni – Tabriz
  6. Francesco Messina – Uffici del 126° piano
  7. Rain Tree Crow – Scratchings on the Bible belt
  8. David Sylvian & Holger Czukay – Flux

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C’è una casa fatta di case, e ogni casa è un dedalo di situazioni diverse che si susseguono nei corridoi, nelle stanze, sulle rampe di scale: puzzle, rebus e giochi di specchi, assieme a situazioni puramente arcade con trial, statistiche e medagliette. C’è un protagonista che è la fusione tra l’ispettore Clouseau e Charlot, che usa un aspirapolvere per acchiappare i fantasmi, guidato da uno scienziato squinternato uscito direttamente da un film di Mel Brooks. E poi c’è un direttore geniale, che controlla dall’alto ogni dettaglio sulla scena rendendolo perfetto, dal bilanciamento del gameplay ai tempi comici di ogni gag. Leggi il seguito di questo post »

header_professor_layton__the_curious_villageLe pubblicano col ritmo di un capitolo all’anno – forse anche di più, se consideriamo gli spin-off. Eppure, le avventure del professor Layton si confermano ogni volta come giochi di ottimo livello. Sono puzzle-game, con trame avvincenti e uno stile grafico che fa l’occhiolino ad Hergé. Certo, mai belli quanto il primo episodio “Il professor Layton e il paese dei misteri”, anche per i ben noti limiti della riscrittura – su tutti la prevedibilità. Questo perché il plot segue più o meno lo stesso schema in tutti gli episodi: una lettera informa Layton di un mistero; cominciate le indagini, il caso si complica; Layton e il suo assistente Luke indagano, interrogano i sospetti, raccolgono indizi; la vicenda raggiunge il suo climax al momento del confronto finale, al quale segue la risoluzione del caso. Un giallo deduttivo nella forma più classica, che già di suo è una sfida razionale allo spettatore/giocatore. Leggi il seguito di questo post »

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Ilomilo fa parte dell’infornata di videogame che ha contribuito al rilancio della corrente indie. Anche se indipendente lo è fino ad un certo punto, essendo stato finanziato da Microsoft, quando ancora aveva interesse nel foraggiare i piccoli studi e pubblicarli sulla sua piattaforma online. I SouthEnd interactive arrivano dal ghetto di Malmo e dopo una gavetta fatta di conversioni raffazzonate e schifezzuole per cellulari, colgono l’occasione di farsi apprezzare con Ilomilo, un puzzle-platform game pacioccoso e giocattoloso come solo un gruppo di scandinavi saprebbe fare. Certo è che buona parte del merito va a Daniel Olsen, autore delle musiche. Quello che Olsen riesce  a mettere in questi brevi acquerelli (alcuni poco più che jingle) è fantasia, nostalgia e un senso di “calore familiare”. È un indie-pop smontato nelle parti più elementari e riportate a uno stato fanciullesco. Anche un cuore di pietra si scioglierebbe con Ballad of the Dogfish, praticamente una canzone dei mùm suonata dai loro nipotini: un’orchestrina di legnetti, xilofoni e flauti. I ricordi dell’infanzia passata a casa dei nonni riaffiorano con il piccolo valzer Grandpa’s favorite record. E se non bastano i momenti folk, o addirittura “cameristici”, i rigurgiti sonori dei cartuccioni 16-bit, ci pensa il carillon di Twinkly Ladybugs a farci tornare bambini per un momento. Un’oretta in soffitta passata a ravanare tra gli scatoloni e ricordare i  giorni spensierati, questo ci regalano Daniel Olsen e Ilomilo.

  1. Alice – Il Sole nella Pioggia
  2. David Sylvian, Holger Czukay, Jon Hassell - Words with the Shaman Part 3-Awakening
  3. Nicola Alesini, Pier Luigi Andreoni - Maya (feat. David Sylvian)
  4. Rain Tree Crow - Big Wheels in Shanty Town
  5. David Sylvian, Holger Czukay, Jon Hassell - Words with the Shaman Part 2-Incantation
  6. Brian Eno – Little Fishes
  7. Nicola Alesini, Pier Luigi Andreoni – Quinsai, la città del cielo
  8. David Torn – Suyafhu Skin… Snapping the Hollow Reed
  1. Flying Lotus – Such a Square
  2. Nosaj Thing – Snap
  3. Ikonika – R.e.s.o.l
  4. Ephera – Breathe
  5. EPROM – Floating Palace
  6. EPROM – Variations
  7. Debruit – Mega Wagna
  8. Slugabed – Unicorn Suplex

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Ron Gilbert era ancora in LucasArts quando, nel saggio breve “Why adventure games suck“, descrisse il tipo di videogiochi che avrebbe voluto realizzare: corti, mai frustranti, economici. C’era solo un problema: come venderli? La soluzione è arrivata dopo due decadi: l’”esplosione” della scena indipendente ha consentito a molti game designer (affermati e non) di materializzare le proprie idee senza scendere a compromessi e di uscire dalle logiche del mainstream. È stato grazie agli sviluppi recenti di questo ambito videoludico che l’autore dei più importanti punta e clicca è potuto tornare in pista. Ma il videogaming è cambiato e così i giocatori; Ron Gilbert è un autore che può trovare ancora il suo spazio nel panorama attuale? Leggi il seguito di questo post »

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Dal manuale indie-pop anni ’10: “una canzone è una composizione breve, complessa, con continui cambi di ritmo, poliritmie, progressioni armoniche ardite, e una forte propensione per la melodia”. Dimenticatevi il classico 4/4. Questi ragazzetti smontano e rimontano le sezioni ritmiche manco fossero i nipotini dei King Crimson o degli Yes. Suonano un pop matematico tutto preziosismi e virtuosità tecniche, che pure sa coinvolgere come fosse pop da classifica. Tra quelli residenti a Manchester, i Dutch Uncles sono quelli che finora hanno riscosso la minore attenzione mediatica, nonostante la pubblicazione di due ottimi dischi. Il quintetto ha pensato bene di apportare qualche modifica alla loro formula, sicché Out of Touch in the Wild rappresenta al tempo stesso una forma di rottura e di continuità coi lavori precedenti. Leggi il seguito di questo post »

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