Su New Blood, di Peter Gabriel
novembre 10th, 2011 § Lascia un commento
Che pena quei rocker vecchiardi alle prese con rivisitazioni orchestrali delle loro hit. Quei rocker, appunto, non Peter Gabriel.
Lo spettro di reazioni all’uscita del suo ultimo disco va dal freddo al tiepidino, per una questione strettamente pregiudiziale. Ok, ci può stare. Si sa come vanno queste cose con gli anziani: qualunque mossa facciano, è quella sbagliata. Fare un disco di inediti, che verrà inevitabilmente confrontato ai successi del passato, è un suicidio. Fare un disco di cover di brani propri o altrui è inutile. “Perché questo vecchio ci fa perdere tempo?”, “chi ha bisogno di risentire canzoni di 30 anni fa, probabilmente già perfette così com’erano?”. In tutto questo, nessuno ha posto la domanda corretta: “e chissenefrega dei bisogni?”. Perché i pregiudizi vanno benissimo, ma proviamo a parlare della musica e senza curarci troppo delle necessità dell’ascoltatore. Parliamo di The Rhythm of the Heat senza… ritmo. Trasfigurata, riarrangiata, revitalizzata. Dopotutto, la canzone doveva chiamarsi Carl Jung in Africa e fare riferimento ad un’esperienza vissuta dallo psicologo durante la sua spedizione nel continente nero. Carl Jung però era un europeo dell’800. Io trovo che l’uso degli archi sia persino più efficace nel riprodurre cosa sentì Jung nel suo inconscio, dove l’originale si concentrava su cosa sentirono le sue orecchie. Nella traduzione da elettronica/reichiana a orchestrale, San Jacinto ne guadagna in pathos. L’apice emotivo raggiunto dal brano è in quel “Yellow eagle flies down from the sun” – dove gli strumenti si aprono e trasmettono tutta la drammaticità del rito che sta per compiersi. Certo che non mancano passaggi riusciti meno: per una Mercy Street che stringe il cuore, c’è una Solsbury Hill opacizzata nella trasmutazione della chitarra in pianoforte. Ma poi senti quella voce che ti avvolge, vellutata, non puoi che perdonargli ogni ingenuità.
Esistono molti modi per essere originali. Il più difficile, probabilmente, è esserlo ripetendosi. Scratch My Back fece intuire quale sia la strada scelta da Peter Gabriel in questo suo crepuscolo artistico. New Blood è un passo ulteriore su quella via. Non è sciacallaggio, né svilimento dei propri capolavori. È raccontare – soprattutto alle nuove generazioni – storie passate con una prospettiva diversa dalle cose, acquisita con l’età.
