Loop Guru

I Guru della scena Pan-Elettronica underground

loop guru

Nella storia della musica pop (intesa come popolare, alla portata di tutti) e della musica tutta, esistono delle opere, dei capolavori, che sono più importanti di altri per il fatto che, al di là della qualità del prodotto e del successo che riscuotono presso il pubblico, riescono a portare dei cambiamenti nell’arte, a volte addirittura nella società, fornendo un nuovo punto di vista su un certo aspetto della realtà, arricchendo in qualche modo chi si nutre di quest’arte. Album come “The Piper at the Gates of Dawn”, “Sgt. Pepper’s…”, “Freak Out”, hanno influenzato in un certo senso la propria generazione, ad esempio Sgt. Pepper pare abbia “dato il via” alla Summer of Love, a Freak Out si ispiravano i freak…

Artisti come Brian Eno o come Jon Hassell hanno cambiato, con le loro ricerche su un “suono ambientale”, un certo modo di intendere la musica.
Ispirandosi alle lunghe suite dei profeti della kosmiche musik, come i primi Kraftwerk o Klaus Schulze, Brian Eno teorizzò una forma musicale che potesse “arredare” una stanza, riempirla con poche note dilatate, un minimalismo musicale che ipnotizza l’ascoltatore. Hassell, invece, inventò a tutti gli effetti il quarto mondo. Con la sua tromba/conchiglia e il supporto dell’elettronica, Jon fuse gli impulsi istintivi del terzo mondo con le istanze razionali del primo, dando così vita a capolavori quali “Vernal Equinox”, “Fourth World vol.1: Possible Music” (in collaborazione con Brian Eno), “Fourth World vol. 2: Dream Theory in Malaya” e ispirando Eno e Byrne per il capolavoro concepito dalla loro collaborazione “My Life in the Bush of Ghosts”.
Da questi “due mondi” creati dallo sperimentalismo dei sommi, schiere di artisti trovarono il senso della loro musica, la rotta da seguire per aprire a nuovi orizzonti sonori l’arte.

I Loop Guru sono un gruppo fondato in Gran Bretagna, da Jamuud (Dave Muddyman) e Salman Gita (Sam Dodson). La peculiarità della loro musica sta nella ribellione attuata nei confronti del predominio del trio rock (chitarra, basso e batteria) e degli strumenti di moda all’epoca. Armati di Tape Loops, di registrazioni di voci umane e suoni naturali e di strumenti esotici, i Loop Guru indirizzarono il loro stile verso una sorta di fusione tra la world music e l’alta tecnologia.
Esordirono nel 1992 con i due gioielli “Mrabet” e “Paradigm Shuffle” (messo a disposizione nel loro myspace), singoli della settimana per Melody Maker e per New Musical Express. Seguì nel ’94 il loro primo LP, “Duniya”…

Duniya

duniya cover

Duniya è la sintesi perfetta della loro musica. Ispirati dalla psichedelia degli anni 60, dall’avanguardia di Brian Eno, dalla world music e dalla new age, i Loop Guru esordiscono con un gioiello diviso tra lunghe trance psichedeliche e tracce di sfrenata techno.

Si apre il sipario con Bangdad dove le campane e la voce della cantante Iraniana Sussan Dehim trascinano in un vortice di ritmi impazziti. Nella successiva “The fine line between the passion”, l’influenza di Eno e Byrne si fa sentire con più forza, le voci metalliche che sembrano uscire da un megafono, del tutto estranee alla melodia, ricordano molto da vicino quelle di “Mea Culpa” o di “America is Waiting”.
La terza traccia, “Jungle A”, è qualcosa di incredibile. Si comincia con un “Tum tutumtumtutu tcha” al quale si aggiunge una voce che ripete come un mantra il titolo della canzone, suoni ambientali imitano il soffio del vento tra gli alberi e i fiati sembrano rievocare lo spirito di Jon Hassell e della sua magica tromba.
“Sussan 9” con il suo battere incessante e le voci da musica sacra porta l’ascoltatore in uno stato di trance per 5 minuti circa.
L’anima più commerciale dei Guru, viene fuori in “Shrine of Sringar”, dove uno scacciapensieri si sovrappone al canto invasato e ai tamburi, che sembrano preparare l’atmosfera ad un imminente rituale.
Si arriva quindi alle ultime due tracce dell’album. “Tchengo” è un rito purificatore, ascoltarla rilassa e distende. Il ritmo non è forsennato come nelle canzoni precedenti, strumenti orientali assieme al suono dell’acqua che scorre trasportano l’ascoltatore in un moss garden interiore, un santuario all’interno della propria anima.
“The third Chamber”, l’ultima traccia di oltre 20 minuti, è una trance psichedelica ottenuta sovrapponendo rosari asiatici a suoni naturali, assieme alla voce dei monaci che pregano possiamo udire il cinguettio degli uccelli fuori dal monastero. La voce di Sussan è uno strumento che si fonde con la natura… sembra di assistere ad un trattato sul panismo, una trasposizione musicale de “La Pioggia nel Pineto”, dove a sposarsi con la natura non è il poeta, bensì l’ascoltatore, vero protagonista di questa esperienza.

Il 1995 è l’anno di pubblicazione di Amrita.

amrita

Se il disco precedente era un cocktail di ingredienti esotici e diversi tra loro miscelati sapientemente, Amrita è di un sofisticato collage che prosegue la tradizione instaurata con l’LP precedente con la buona dose di battiti sfrenati, di elettronica, di world music, di raga e new age.
Sheikh è un raga stravolto, quasi da ballare in discoteca, un avanzare adrenalinico, un inno alla gioia elettronico che fa saltare sino a raggiungere il tetto del mondo. Yayli è un invito a ballare inneggiando al dio sole, a Pan, agli uccelli, alla natura e si sogna di stare in India, in Iran o in Marocco pur rimanendo nel centro trafficato di una metropoli.
Diwana è la mia preferita dell’album… parte con il canto di Sussan e con un sitar che l’accompagna. Dopo qualche secondo entrano in scena le percussioni che batteranno lo stesso tempo per tutta la durata della canzone. I fiati fanno il verso alla cantante iraniana e il suono di quello che sembra un mellotron si inserisce fino ai secondi finali, dove a un tratto la traccia sembra finire, ma poi ritorna quasi per un saluto finale all’ascoltatore con le percussioni che ripetono in loop lo stesso ritmo fino all’inizio della canzone successiva. Un’esperienza praticamente impossibile da descrivere in parole.
Il disco scorre come un fiume sul suo letto… durante il percorso può trovare momenti di relativa calma, come “Often Again”, zone comodamente navigabili come “Epic Song” e altri più difficili, come le rapide di “Sun”… ma alla fine si arriva comunque alla foce dove il fiume si tuffa nelle acque calme delle due tracce finali, le più contemplative di tutto l’album, ossia “Fumi” e “Plane Shift”.
La prima sembra una versione di “Mustt Mustt” (di Nusrat Fateh Ali Kahn, ndr) con canto Gregoriano. La suite ha l’effetto di un calmante dopo circa 50 minuti di ballo sfrenato e alterna rumori metallici e soffi di flauto su una base di basso e bongo, al canto liturgico, accompagnato dalle dolci variazioni di un sintetizzatore. La suite si tuffa direttamente nella traccia successiva. Il canto gregoriano prosegue ma la sensazione è che ci si sia destati dallo stato di trance in cui eravamo piombati con la canzone precedente, a testimonianza di ciò c’è il tamburo che si fa più vivace (ma comunque non ai folli livelli del resto dell’album) il tutto contornato da suoni naturali.

Dopo queste due gemme, i Loop Guru non hanno saputo ripetersi a questi livelli. Degno di menzione è comunque “Loop Bites Dog” con la bellissima “Karma Marga”. L’album ripropone lo stesso modello dei dischi precedenti, tuttavia la sensazione che si prova ascoltandolo è che la meraviglia e lo stupore che si sono avvertiti con “Duniya” e “Amrita”, vengono sostituiti da un senso di “già sentito”.

Il MySpace dei LG, anche se non lo aggiornano praticamente da anni.

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