My Life in the Bush of Ghosts



1st week
MY LIFE IN THE BUSH OF GHOSTS (Brian Eno e David Byrne, 1981)

La Ricerca come elemento che rompe gli schemi

Cosa serve per dare vita a un capolavoro?
Un’opera prima, l’espressione di arte più vicina alla perfezione ideale dell’artista.
Quale “forza” spinse Michelangelo a realizzare le decorazioni della Cappella Sistina? E Leonardo, nella sua Gioconda, quale energia alimentava il suo genio nella concezione di quel dipinto così misteriosamente perfetto?
Qual è il segreto, la Passione?
Certo, ma non solo.
Quello che è certo è che per fare arte non basta essere dei geni, non serve la sola illuminazione, l’ispirazione e la capacità di realizzazione. Accade spesso, soprattutto in quel ramo dell’arte (e in questo caso specifico della musica) che prende il nome di “avanguardia”, che a spingere l’artista, la scintilla che accende il motore, sia la ricerca.
Se non fossimo sempre alla ricerca di un modo per superare i limiti, i nostri limiti, i limiti naturali, i limiti sociali, i limiti intellettuali, saremmo ancora delle larve che si trascinerebbero avidamente sulla crosta di madre terra. Se Icaro non si fosse bruciato le ali, spingendosi troppo al di sopra di quanto avrebbe potuto, ora non avremmo gli aerei. Il concetto di ricerca è insito nella natura dell’artista, non è concepibile un uomo che sia soddisfatto a vita di un suo traguardo raggiunto, per natura l’uomo e l’artista deve progredire verso una perfezione che non raggiungerà mai.
Senza John Cage e i suoi 4′ 33″, cosa saremmo oggi?

Cosa vuol dire essere Brian Eno negli anni 70

Brian Eno, all’anagrafe Brian Peter George StJohn Le Baptiste de la Salle Eno, è una delle figure più importanti nel panorama rock (-e-oltre) degli ultimi (quasi) quarant’anni. Innamorato tanto dell’avantgarde quanto del rock più popolare, ha sempre proposto una formula in continua evoluzione tra pop e avanguardia (avant-pop?), lasciati i Roxy Music, con i quali propose delle sonorità tra le più “nuove” della loro epoca, si avviò ad intraprendere una delle più incredibili carriere che la storia della musica popolare ricordi.
Nel 1973, Eno incide assieme a Robert Fripp un ambiziosissimo 33 giri dal titolo “No Pussyfooting”. Già da questa opera si possono intravedere le idee che il non musicista perseguirà in futuro. I Frippertronics distorcono e dilatano i suoni della chitarra di Robert Fripp creando un drone (The Heavenly Music Corporation) di 21 minuti che porta l’ascoltatore in un’autostrada di suoni spaziali, viaggiando in uno stato di alterazione sensoriale, cavalcando i venti cosmici.
Sempre nel 1973 Eno pubblica “Here Come the Warm Jet”, interessantissimo album che porta con sé l’eredità dei Roxy. “The Paw Paw Negro Blowtorch”, “Baby’s on Fire”, “Cindy tell me” e “Needles in Camel’s Eye” sono perle di una collana pacchiana e vistosa, indossata su un vestito nero piumato. Make Up, capelli lunghi, atteggiamenti ambigui, Brian Eno è uno dei personaggi che calcano i palcoscenici del rock di quegli anni, come David Bowie, Mark Bolan. Diversamente dagli altri, però, Eno era mosso da una irrefrenabile curiosità per quello che è nuovo e inaudito, il suo è un continuo studio per portare sonorità d’avanguardia nel panorama rock.
In “Taking Tiger Mountain”, “Another Green World” e “Before and After Science” questa ricerca si fa sempre più proficua, procedendo per sottrazioni successive, Eno arriverà a teorizzare un minimalismo artistico che aprirà nuovi orizzonti musicali.
Già in “Taking Tiger…”, realizzato in collaborazione con Robert Wyatt, Phil Manzanera e Robert Fripp, assistiamo ad un primo cambiamento dal disco precedente: la componente “pop” si fonde con le percussioni della macchina da scrivere di “China My China”, il valtzer elettrico di “Back in the Judy’s Jungle” e la frenetica “Third Uncle” fanno da contrappeso alle filastrocca di “Mother Whale Eyeless”, alla ninna nanna di “Put a Straw Under Baby”.

Continua…

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