My Life in the Bush of Ghosts

3rd week

L’Ambient si presenta come una musica dilatata, aeriforme: la concezione del tempo cambia, lunghe suite alterano le capacità percettive dell’ascoltatore. Egli deve solo chiudere gli occhi e vedere con la propria immaginazione per ritrovarsi in un luogo nuovo arredato dalle note composte dal musicista. Il posto dove lo spettatore assiste a questa manifestazione di musica per ambienti, diventa, dunque, un santuario dell’ascolto.
“Music for Films” è la colonna sonora di un film immaginario, trattasi di diciotto tracce strumentali dalla lunghezza media di 2 minuti e mezzo, miniature raffiguranti atmosfere oniriche ed estatiche, vortici elettronici evocativi di inaspettate emozioni.
“Music for Airports”, invece, uscito nello stesso anno (1978, ndr), è un’opera più uniforme. Secondo Eno, i partenti hanno bisogno di un luogo dove isolarsi dalle preoccupazioni, devono erigere uno scudo per difendersi dalle ansie degli incidenti, dalle paure di non rivedere più la propria casa e i propri cari. Questo ambiente sacro, questo tempio, secondo Brian Eno, è la sala d’attesa dell’aereoporto. Questa è l’idea che sta dietro l’album: creare un ambiente rasserenante, distensivo, quasi soporifero per chi ascolta. Due tracce per lato, senza titolo, identificate solamente da un numero. Un disco all’insegna del minimalismo, poiché le parole sono superflue e inutili per chi non vuole sentire altro che note diluite che riempiano la propria mente.
Si apre con il pianoforte di Robert Wyatt che dipinge le pareti un orizzonte lontano, una vista sui campi dall’alto, il sole alle spalle, il cielo senza nuvole; solo una linea all’orizzonte delimita la terra dalla volta celeste.
Durante l’esecuzione del secondo brano, nella sala d’attesa entra un coro femminile. Le luci calano e il paesaggio dipinto da Wyatt si fa notturno. Ad un tratto, le vaste praterie sottostanti scompaiono così come il cielo sovrastante e ci si rende conto di essere in uno spazio infinito in cui, paradossalmente, ci si sente avvolti dal intangibile vuoto rassicurante e si può serrare gli occhi per qualche istante per trovare la pace interiore.
Il terzo solco è una sintesi dei precedenti. Torna il pianoforte e si unisce ai cori. Si possono aprire gli occhi, ci si guarda intorno e ci si accorge che nel paesaggio è tornata la luce, il vuoto viene riempito dal synth e dal koto giapponese (chi ha detto Moss Garden?).
L’ultimo brano è quello più “fluttuante”. Un tappeto di nuvole plasmate dai sintetizzatori, perforate qua e là da qualche raggio di koto. La marimba ci fa spalancare gli occhi, sentiamo un brivido che scorre dalle tempie fino alla schiena, una leggera brezza sfiora le nostre guance, ci sentiamo rilassati, liberi, pronti per partire.
Questa è la musica Ambient, minimale ed evocativa di ambienti lontani, o semplicemente immaginati.
La figura del musicista cambia, non è più compositore di melodie accattivanti, di ritornelli orecchiabili, diventa un sapiente architetto in grado di costruire una struttura con poche note che potrebbero ripetersi potenzialmente all’infinito.

Continua…

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