My Life in the Bush of Ghosts


6th Week

I Talking Heads possono vantarsi del titolo di alfieri – assieme ai Television, i Ramones, Patti Smith e altri frequentanti del CBGB – di quel terremoto che scosse la terra sotto i pilastri del rock verso fine degli anni 70 . Il punk (e la new wave come naturale evoluzione) fu una boccata d’aria frescaper chi ne aveva abbastanza dei virtuosismi fini a se stessi, delle lunghe suite amorfe e delle elucubrazioni mentali-musicali fini a sé stesse.
Di nuovo non c’è niente, ecco perché rinnovatrice, si riprende ciò che era il rock “primordiale”, quello di Chuck Berry per intenderci, lo si ripropone con nuovi temi generalmente apolitici, di autodistruzione di annientamento dell’io con droghe, alcol, isolamento. L’eredità di Velvet e Stooges venne raccolta dalla nuova generazione di musicisti per rompere con ciò che era diventato vecchio. Il 77 fu una presa della Bastiglia del rock, i Television pubblicarono “Marquee Moon”, i Sex Pistols “Never Mind the Bollocks…”, i Clash esordirono con il loro disco omonimo e i Talking Heads stupirono tutti con “77
L’album si apre con una traccia dalla melodia accattivante, semplice, che appare lontana dai baccanali degli mc5, che sembra lasciar intendere che il punk dei Talking Heads è diverso, completamente lontano dal nichilismo e dall’anarchia, dai baccanali e dalle orge. 77 introduceva un nuovo nichilismo, più intellettuale se vogliamo. Ai Talking Heads molti accusano il fatto di esser stati troppo freddi e distaccati, poco emozionali… tutto vero. La loro è stata una continua ricerca, uno sperimentalismo comunicativo fatto di accostamenti tra ritmi geograficamente lontani, linguaggi apparentemente idiosincratici: dal mandolino mediterraneo allo steel drum caraibico, funk, rock, elettronica il tutto cantato da una voce alienata, un folle in giacca e cravatta che strilla nel bel mezzo di una città, che si agita e si dimena mentre le persone, così impegnate con le loro vite, lo ignorano o, al massimo, gli concedono uno sguardo e un sorriso compassionevole. La follia intellettuale è piombata a New York, con David Byrne e i Talking Heads, la stessa a cui si ispireranno i Devo e schiere di nuovi musicisti.
Dietro l’orecchiabilità delle tracce dell’album si celano i più terribili incubi metropolitani, le angosce di Una società che sta soffocando, i tic sintomo della pazzia dilagante (come il singhiozzo di “Psycho Killer”) il ritmo sincopato di “Tentative Decision”, la paranoica e ripetitiva “Who is It?”.
Grazie al successo di 77 i TH si guadagnarono il palco principale del CBGB e finalmente potevano considerare Blondie e Dead Boys come colleghi alla pari. Il loro nome era noto nell’ambiente new wave new yorkese, ma la loro ascesa non si sarebbe fermò lì.
Il successo delle teste parlanti non passa inosservato al produttore, non-musicista, talent scout, Brian Eno che, reduce dalla pubblicazione del gioiello “Before and After Science”, vede nella band di Byrne i messaggeri adatti per la sua “nuova idea di musica”.
Con Eno prende vita una mutazione musicale nei TH, per alcuni è un’evoluzione, per altri una de-evoluzione, ciò che conta è che questa collaborazione diede alla luce delle opere di massimo valore artistico.
Il primo disco prodotto da Eno fu “More Songs about Buildings and Food” (1978).
Non sono avvenuti profondi cambiamenti, ci sono ancora le fobie Byrneiane: le ragazze, l’amore, il lavoro e “Take me to the River”, una cover riuscitissima e singhiozzante di Al Green .

1979: ecco il primo vero passo verso il cambiamento. Brian Eno riuscì a contagiare Byrne con il suo amore per la world music.
Fear of Music è un disco importantissimo per la storia del rock, un’opera inaspettata, shockante, nuova e incredibilmente adorabile a partire dalla copertina: nera con i segni in rilievo. Il titolo, “paura per la musica” è stato ispirato dai movimenti spastici effettuati da Byrne, che ad Eno ricordano una malattia mentale che provoca simili reazioni a chi ne è affetto quando ascolta musica.
L’influenza della world music la si sente nella prima traccia, dadaismo tribale urlato senza ritegno nelle orecchie dei poveri ascoltatori. Si avverte che qualcosa è cambiato nelle claustrofobiche “Memory Can’t Wait”, “Electric Guitar”, “Drugs”: la musica di Fear of music è, finalmente, new wave con la sua dose di disperazione, nichilismo, pessimismo, temi trattati tuttavia con il tipico approccio distaccato ed intellettuale dei TH.
Dopo la pubblicazione di “FoM” la band prese un periodo di tempo per schiarire le idee dopo l’insorgere di alcuni contrasti interni, durante questo periodo Byrne ed Eno, le teste pensanti del progetto Talking Heads collaborarono appassionatamente a un nuovo progetto, un disco che sarebbe uscito 2 anni dopo, in seguito ad una serie di problemi riguardanti la pubblicazione, un album che si sarebbe aggiunto di diritto a quella categoria di dischi non catalogabili in una precisa etichetta, in un genere ben definito.
Come detto, il progetto venne rimandato e la Sire preferì anteporgli “Remain in Light”, disco che si rivelerà essere il vertice raggiunto dai quattro intellettuali scalmanati di New York. In “Remain in Light” possiamo già sentire quelle intuizioni che Eno e Byrne ebbero per il loro comune lavoro, rimasto momentaneamente nel cassetto.
L’album, che vanta anche la copertina più brutta della storia del rock, si presenta con due facce, il primo lato è frenetico, pazzo, scatenato, il secondo è calmo, riflessivo a tratti “spettrale”.
Burn under Punches è memorabile e indelebile,, la voce del folle che urla “Guarda queste mani!”, “Nato sotto i pugni”, il coro, la chitarra che a tratti sembra imitare il suono del modem (ma esistevano già nell’80?), il ritornello indimenticabile “goes on/ and the hits goes on/goes on/ and the hits goes on” si imprime nella mente dal primo ascolto ed è quasi impossibile dimenticarselo. Crosseyed and Painless è funky suonato a velocità folli, quasi un rituale mistico che altera i sensi e la percezione temporale.
Con “The Great Curve” i freni inibitori cadono definitivamente, chitarra, percussioni, basso, voce raggiungono ritmi impensabili, un rituale che fa salire l’adrenalina a vette mai raggiunte prima, il canto sincopato provoca ilarità e al contempo voglia di muoversi. Ci ritroviamo a ballare in mezzo la stanza quando fa il suo ingresso la chitarra distorta mentre l’altra imita lo squillare di un telefono.
Once in a Lifetime” è il loro singolo più famoso, basso, voce che fa “duh dodo” e batteria, monologo da impiegato, soliti movimenti spastici e vamping marchio di fabbrica… epica.
Houses in Motion” e “Seen and not seen” potrebbero benissimo appartenere alla tracklist di “My Life…”. Alla prima partecipa anche Jon Hassell con la sua mitica tromba “raga-style”.
Poi arrivano le sconcertanti “Listening Wind” e “The Overload”, spettrali e fredde, completamente contrastanti con il clima del resto del disco, soprattutto la seconda, che non avrebbe stonato se avesse fatto parte di un disco di Nico o addirittura dei Joy Division.
E’ finito, 40 minuti volati, succede quando si ascoltano grandi dischi come questo, l’orologio sembra velocizzare l’incedere delle lancette…

1981: MY LIFE IN THE BUSH OF GHOSTS (continua la prossima settimana…)

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