My Life in the Bush of Ghosts

7th week

1981: MY LIFE IN THE BUSH OF GHOSTS

Amos Tutuola (Abeokuta, Nigeria 20 giugno 1920 – 8 giugno 1997) fu uno scrittore/fabbro/panettiere/fattorino/altro Nigeriano. Il suo primo libro, The Palm-Wine Drinkard (1952) riscosse un certo interesse a livello internazionale, tanto da essere stato notato dal celebre poeta Dylan Thomas, il quale, con la sua promozione, lo portò alla pubblicazione a Londra da Faber e Faber.
Il secondo libro, My Life in the Bush of Ghosts (1954), narrava di un viaggio onirico di un bambino smarritosi in un luogo a metà strada tra un mercato e una foresta infestata da voci eteree, figure intangibili e sfuggevoli.

Il caos che regna in questo luogo è ben rappresentato dal tipo di linguaggio utilizzato da Tutuola: in parte è un dialetto della città in cui ha vissuto; in parte è inglese, la sua seconda lingua; in altri casi sono parole del tutto inventate.
Ma quanta influenza ha avuto il libro sul disco di Eno e Byrne?
E’ noto che né Brian Eno, né David Byrne lessero “La mia Vita nel Bosco degli Spiriti” prima di mettersi al lavoro su questo loro progetto. Entrambi, però, rimasero colpiti dal titolo, il quale, evidentemente, deve averli influenzati in maniera “indiretta”, portandoli alle stesse intuizioni che ebbe lo scrittore.
Come per il protagonista del libro di Tutuola, l’ascoltatore si ritrova completamente spaesato in un groviglio di entità astratte e concrete, voci uscite dagli altoparlanti di una radiolina gracchiante e urla di predicatori americani, che in giacca e cravatta inscenano delle show-cerimonie, guarendo fedeli nel nome del Dio d’America. È un viaggio che gli stessi autori hanno intrapreso, tra pile di registrazioni, grovigli di nastri magnetici e registratori.

Non è chiaro se, nelle idee di Eno, anche Jon Hassell dovesse partecipare al progetto. Certo è che la struttura del disco poco si presta allo stile del trombettista, sicuramente più adatto ad un diverso tipo di musica, più eterea e “distesa”, come il secondo volume Fourth World: Dream Theory in Malaya, uscito nello stesso anno per l’etichetta di Brian Eno, la Obscure Label. Trovo quindi improbabili certe affermazioni su un’esclusione all’ultimo secondo del trombettista del Tennensee dal progetto My Life avanzate da un noto critico  fulvo di capelli. Posso ipotizzare piuttosto un suo coinvolgimento iniziale nel periodo in cui le idee erano ancora vaghe nelle teste di Brian Eno e David Byrne, pensando che, forse, avrebbero potuto coinvolgere Hassell nel progetto, ma che, con il progredire dei lavori, i due si siano resi conto di una eventuale idiosincrasia dello stile dell’americano con le atmosfere sincopate e schizoidi del disco.
My Life in the Bush of Ghosts, infatti, pur essendo imparentato in qualche modo con quel concetto di quarto mondo teorizzato da Eno ed Hassell, ne prende allo stesso tempo le distanze.

Laddove il quarto mondo Hasselliano è un luogo immaginifico, un power spot dove antico e moderno, etnico e tecnologico si fondono per produrre una musica universale, ma è un luogo che potrebbe realmente esistere, con una sua geografia, una sorta di Atlantide, la foresta di spiriti è, invece, un luogo astratto e tale deve rimanere; un sogno collettivo (o un incubo) dove ogni spirito – o anima sognante, che dir si voglia – porta le sue emozioni, sensazioni, frammenti di mondo reale trasfigurati.

il disco:

Side a
La robotica e Devoluta America is Waiting apre il primo lato con un singhiozzare di ritmi, una batteria schizofrenica, uno speaker alienato che farfuglia profezie in un microfono anni 60.
Con Mea Culpa si comincia a far sul serio: un apocalittico intrico di scuse e suppliche, una voce sommessa che ripete “ho commesso un errore, mi dispiace, ho commesso un peccato e non lo ripeterò”. Poi la musica si fa incalzante, il synth di Eno diventa selvaggio e taglia come una sega, mentre la chitarra sorvola il paesaggio soavemente, prende quota e ritorna in picchiata. Ancora non ci siamo ripresi dal vortice di emozioni di Mea Culpa ed ecco che arriva subito il funk di Regiment. Qui il legame tra oriente e occidente si fa evidente, con il basso di Busta Jones che sottostà agli arabeschi del synth di Eno e alla voce ieratica e sublime della cantante.
La prima facciata è un prosieguo di emozioni, passando per la folle Help me Somebody, fino alla indiavolata Jezebel Spirit, il cui “cantato” sarebbe la registrazione di un reale esorcismo.
Side b
Il lato b è un lento scivolare verso il silenzio. Il ritmo rallenta dopo Qu’ran, nella quale sentiamo recitare dei versi del Corano su un lento sobbalzare di basso elettrico e batteria (pare che proprio le registrazioni di questi versi abbiano procurato non poche grane agli autori); L’album prosegue cupo, una ambient/folk dai toni spettrali fino al pastiche di Come with Us. In fine, Mountain of Needles è un omaggio a Steve Roach e ai suoi paesaggi arcaici, selvaggi, dalla vegetazione rada, luoghi ostili per l’uomo civilizzato.

Disco tanto pop, quanto radicale; tanto ambizioso, quanto godibile, è uno di quelli che segnano la propria vita. Ascoltare My Life è come essere rapiti da un vortice di sogni e uscirne con una visione del tutto nuova della realtà che ci circonda.

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