Ascolti…

Una settimana un po’ faticosa nella prima metà, decisamente più rilassante nella seconda.
Cosa mi sta succedendo? Non lo so, sto attraversando un periodo che chiamo “inaridimento emozionale”. Guardo un film e non riesco più ad “entrarvici”, ascolto un disco e non riesco più a farmi trasportare… non ho voglia di scrivere (l’assenza dal blog ne è una dimostrazione), persino giocare non mi da più quella gioia che provavo un tempo. Bah, depressione? Malinconia? Boo.
Comunque, come ogni settimana, ho sentito degli album, alcuni sono primi ascolti altri li conoscevo da tempo.

I Bel Canto sono un gruppo che conoscevo da tempo grazie al magnifico “White Out Conditions”, album dalle atmosfere glaciali, dove la voce dolce di Anneli Marian Drecker spicca su un paesaggio bianco, coperto da neve candida come la purezza stessa. Dopo aver avuto la fortuna di ascoltare “The Magic Box” ho voluto approfondire maggiormente la conoscenza di questo duo norvegese.
Birds of passage” è il loro secondo disco, uscito dopo “White Out Conditions”. Si apre con Intravenous, una melodia resa gelida dai synth, quasi una traccia Bowiana del periodo berlinese, dove la cantante pronuncia i versi come una dea dei ghiacci seduta sul suo trono ai piedi di una cascata congelata.
Poi si giunge immediatamente all’incalzante title track, il secondo brano del disco, “Birds of Passage” ed è un estasi per tutti i sensi di cui siamo dotati. Tra pop e world music, i due musicisti fanno godere e lo fanno con una grazia più unica che rara. C’è anche spazio per una traccia “pseudo funky”, “Continuum”, il settimo solco, dove la Drecker canta in spagnolo e Nils tesse (o forse è meglio dire “costruisce”) una melodia che strizza l’occhio a sonorità lontane dalla loro terra.
Un bell’album, che alterna momenti un filino low ad altri davvero emozionanti quasi al livello di White out.

Su Ondarock è tornata di moda la “Penguin Cafe Orchestra” e ne ho approfittato per conoscere questa ensemble nata negli anni settanta. Era da tempo che desideravo ascoltare almeno uno dei loro album, in questa settimana ne ho sentiti 3, questo per dire quanto bella (usiamolo sto vocabolo, tanto bistrattato perché sembra banale, ma non lo è… pare che si ha paura di nominarlo, bello bello bello, la PCO fa musica bellissima!) e “fuori dal mondo e dal tempo” è la musica di questi tizi.
Jazz? Avanguardia? Classica? Folk? Tutto e niente di tutto ciò, questi sono i Penguin Cafe, un modo divertente di suonare con la stessa classe e disinvoltura brani folk e jazz… a tratti progressive addirittura. Sembra che stia scrivendo un mucchio di cazzate, lo so, ma è questo che si rischia nel tentar di descrivere la raffinatezza di questa musica.
Questa settimana ho divorato: “Music from the Penguin Cafe“, “A Brief History” e “Prelude Aires and Yodels“.
Per capire di cosa si tratta, basta ascoltare “Telephone and Rubber Band“, una traccia sperimentale eseguita con una tastiera telefonica.
Surreale, avanguardistica, a volte onirica è la musica dell’ensemble britannica guidata dalla buonanima di Simon Jeffes, un viaggio in un nuovo mondo, fantastico e bellissimo, a cui vi si accede mettendo il disco sul piatto e facendolo girare sotto la testina.

Poi è stata la volta di “Dieci Stratagemmi” di Franco Battiato. Il musicista catanese mi stupisce ancora una volta con questo album (il penultimo della sua discografia). Dieci tracce che scorrono velocemente, quasi tutte con piacere. La prima è uno shock, “Tra Sesso e Castità” è lui che cammina per le strade deserta di una città, pensando a una storia d’amore (o di “solo” sesso?) finita da tempo. Franco ha vissuto nuove storie, ma il desiderio di ieri gli ritorna in mente, la lotta eterna tra sesso e castità. Ci pensa, Battiato, pensa a perché ha rinunciato a lei e pensa che ci proverebbe a ritornare.
Le “aquile non volano a stormi” è una bellissima poesia cantata, arrangiata sapientemente con koto e strumenti classici, una splendida metafora della solitudine, l’aquila, uccello che non vola insieme ai suoi simili (vabé, escludiamo il momento dell’accoppiamento, che sia voluta anche questa analogia? Penso di no).
“Ermeneutica” è la più bizzarra delle dieci canzoni, sembra una lezione di storia contemporanea, oppure è uno sbrodolamento senza né capo né coda con un arrangiamento discutibile.
“Fortezza Bastiani” è quasi irritante per le citazioni storiche e letterarie, da “Il Deserto dei Tartari” al sovrano mongolo Tamerlano per dire cosa? Non l’ho ancora capito, ma è questo il bello di alcune poesie, no? Probabilmente no… comunque è arrangiata da dio e mi piace.
Altra traccia degna di nota è “23 coppie di Cromosomi”, sembra di essere tornati ai tempi del Battiato sperimentatore pur con qualche primavera di troppo sulle spalle. Rock, elettronica…persino etnica, la voce filtrata, deformata, psicotica, una traccia con i controcazzi insomma… gradevole, gradevolissima.
Seguono la quasi dance “Apparenza e Realtà” e la classicheggiante “La porta dello spavento supremo”. Un bel disco, superiore al pur buono “Il Vuoto” ed è confortante il fatto che gli anni passano, ma Battiato rimane un grande.
PS: il “Filosofo”, come molti lo chiamano (ma perché poi?), dovrebbe piantarla di cantare inglese… almeno seguisse qualche lezione di Magic English… [ho sentito in un’intervista che lui odia l’inglese… Ma allora perché ti ostini!? Ti costringono? Se è così dimmelo che ti aiuto… cazzo, non se ne può più]

Altro ascolto interessantissimo è stato “2,0” o “Brown Album” degli Orbital.
Ne aveva già parlato il mio amico Giancarlo qualche settimana fa. Che dire, disco bellissimo, la tecno che esce dalle casse mi ha riportato alla mente quei giochi tipo “Streets of Rage 2”, quelli in cui andavi in giro a menare la gente sul megadrive, quelli su cui ci passavo i fine settimana da bambino insomma, forse perché in quel periodo l’elettronica impazzava un po’ ovunque, forse perché sono un malato di mente a fare certi accostamenti, comunque… il bello del disco è proprio la profondità che si cela dietro i ritmi danzerecci e discotecari, dietro gli strumenti elettronici, per definizione freddi e senz’anima, il trip in cui gli orbital sanno lanciarti è un’esperienza bellissima perché il disco ha un’anima ed è anche molto forte. Sembra che il tempo scorra in maniera differente col susseguirsi delle tracce… è un viaggio, bisogna ascoltarlo per capire.

L’ultimo ascolto di cui voglio parlare è stato “Su” del sempre ammirevole Mercan Dede. L’ennesima opera a metà tra elettronica e World Music, melodie che riprende dal primo album (il magnifico “Sufi Dreams”), altre che non avevo mai sentito. Mercan Dede è fantastico, poche scuse, anche solo per il suo primo disco, dove si respira un’atmosfera mai sentita prima… un trip, un sogno, quello che volete, Dede e il suo flauto ney fa delle meraviglie incredibili, musica etnica orientale, cucita alla tradizione occidentale tramite l’uso di campionamenti, synth, vocoder … un accostamento che non stride comunque, perché quello che si avverte è estasi, estasi e ancora estasi. Questo Su è notevole, Dede amplia il suo repertorio aprendosi all’uso del sitar, riarrangia le sue vecchie canzoni, come Ab-i Zen ( “Mevlana Celaleddin Rumi – Dream of Shams” del disco “Sufi Dreams”), disponibile nella playlist di questa settimana.

Flavio Del Prete

2 pensieri su “Ascolti…

  1. Ehi Pier, grazie delle citazioni, grandissimi Orbital e Bel Canto. Pure la Penguin Cafe Orchestra mi sta piacendo di brutto.
    Ora prova gli Oscillation!!!

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