The Air is on Fire 12/01/08

Voglio approfittare di questo spazio nella rete di cui gratuitamente usufruisco per parlarvi della giornata di sabato 12/01, completamente dedicata alla visita alla Triennale di Milano, per assistere all’esposizione di opere realizzate nel corso di tutta una vita nelle occasioni più diverse da parte di David Lynch.
Come regista Lynch è più che conosciuto, il suo stile malato piuttosto che onirico lo ha reso noto sia ai cultori di un certo cinema di nicchia che alla massa, la sua passione nel rappresentare le deformità, o meglio, le deformazioni di quello che la comunità intende per “normale”, il tutto unito agli incubi più nascosti degli esseri umani (tra cui le deformità stesse e la paura di tutto ciò che non è possibile vedere) lo ha portato a lavorare a vari progetti, spesso dissimili tra di loro ma quasi sempre collegati da un filo sottile, a volte impercettibile.
Quello che pochi sanno è che, sin da ragazzino, Lynch nel suo futuro vedeva una vita da pittore. Durante l’ultimo anno delle superiori, David frequentò alcuni corsi alla Corcoran School of Art a Washington. Si iscrisse in seguito alla School of the Museum of Fine Arts di Boston per un anno ma dopo un licenziamento ricevuto dal negozio di cornici per il quale lavorava, decise di partire per l’europa con il pittore espressionista Oskar Kokoschka.
Da quel viaggio, che si era promesso che sarebbe durato 3 anni, tornò dopo appena 15 giorni, terrorizzato dalla pulizia di Salisburgo.
Ma fu a Philadelphia che successe “l’incredibile”. Nella città di Rocky Balboa, Lynch frequentava la Pennsylvania Academy of Fine Arts e durante quel periodo si concentrò su un altro tipo di arte. Unendo l’atmosfera straniante dei suoi quadri alla suggestività di brani ambientali, David Lynch realizzò una serie di corti definibili come “quadri in movimento”, ad alcuni dei quali era possibile assistere nella piccola sala adibita a teatro (con tanto di palcoscenico stile Eraserhead) alla Triennale.
E’ così che l’artista di Missoula partorì “Industrial Symphonies”, “Six Figures Getting Sick” (che gli valse il primo premio alla mostra annuale di scultura e pittura sperimentale), “The Alphabet” (apprezzato dall’American Film Institute la quale premiò il giovane David con una somma in denaro che gli permetterà di girare il successivo cortometraggio…), (…)“The Grandmother” e altri. Fu grazie a questi corti che Lynch capì che sarebbe stata la strada del cinema a renderlo famoso, ma il passaggio da “arte ferma” ad “arte in movimento” non fu un salto netto da un mondo all’altro, Lynch conservò la magia di cui infondeva i suoi quadri per riversarla nella sua nuova dimensione artistica.

La mostra:
Quella di sabato scorso è stata una perfetta giornata invernale, cielo grigio, pioggia che andava e veniva e pozzanghere profonde come piscine.
Sveglia alle 7:30 per esser pronto un’ora dopo. Si parte alla volta di San Donato, si parcheggia e si prende la metropolitana… linea gialla. Arrivati alla fermata del Duomo, io e il mio compagno di viaggio cerchiamo la strada giusta da intraprendere per arrivare in piazzale Cadorna, la fermata più vicina alla mostra. Preso il secondo treno, noto che non di rado mi imbatto in luci intermittenti, neon guasti, luce che va e viene… qualcosa di sovrannaturale sta per accadere.
Ed eccoci alla fermata, circondati da un colonnato di cemento rosso.

– Dobbiamo andare in viale Emilio Alemagna, chiediamo come ci si arriva.
– Bisogna attraversare il parco
– Che parco?
– Il parco del castello.
– E’ grande?
– Miiiiinchia se è grande… hehehuhuh, è il più grande d’Eurooooopa.
– (ma non è vero…)

Queste sono le indicazioni ottenute da uno spaventoso viandante. Ci mettiamo in marcia quindi, attraversando le vie in terreno battuto del parco (ma possibile che non c’era un’altra strada?) in mezzo a una piccola oasi con acqua e papere selvatiche, nell’oceano di catrame milanese, inzuppando le scarpe comprate il giorno prima e togliendo e mettendo il cappuccio assecondando i capricci del tempo non senza qualche imprecazione, così, per gradire. Trovato, è lo stabile che si erge dietro i giardini misteriosi di De Chirico. Una volta all’interno ci accorgiamo di essere tra i primi della giornata a far visita alla mostra. Un minuto per orientarci nell’immenso atrio bianco e la nostra attenzione viene rapita da una illuminazione particolare che proviene da un angolo di quella sala d’ingresso… è violetta, è al neon, noi avanziamo e scopriamo un’insegna grande e pacchiana ma ad effetto, recita “DAVID LYNCH”… beh, di sicuro non è una segnalazione equivocabile. Facciamo i biglietti e ci troviamo di fronte alla prima opera, è un quadro, raffigura un uomo con in mano un taglierino, è in piedi davanti a una donna sdraiata sul divano con le mutande calate. E’ un dialogo, la figura maschile domanda “Vuoi sapere cosa sto pensando?” e la donna mezza nuda risponde in maniera deludente e spiazzante “NO!”. Io non sono un esperto, ho visto ben poche mostre in vita mia, non posso giudicare sotto il piano tecnico le opere, posso limitarmi a descriverle. La moquette era realizzata con una tecnica a puntini (io penso siano dei pallini colorati incollati sulla tela), mentre le figure e i vestiti erano oggetti reali, impastati con qualche sostanza per farli rimanere rigidi e poi incollati alla superficie del quadro. I volti non erano per niente dettagliati, ma non è questo l’importante se consideriamo che siamo appena entrati nella testa di Lynch, in fondo, quando sogniamo, non abbiamo delle immagini definite del soggetto, produciamo delle figure che per alcuni dettagli sono associabili a persone che realmente esistono (no?).
Si gira l’angolo e compare una figura vestita abbastanza elegantemente ma senza grazia nel portamento e con un cartellino attaccato al collo. No, non è un poliziotto, è semplicemente l’addetta che controlla i biglietti.

– Tenga.

– “Strr Strrrrrapp”.

Muovendo un passo dietro l’altro arriviamo a dei teli sui quali sono appesi altri dipinti. Questa volta il soggetto è BOB. Sarà lui? Io penso che per Lynch, Bob non sia altro che la scintilla di follia che si cela in ogni animo umano, il mostro interiore che rischia in ogni istante di uscire allo scoperto, ecco perché ritroviamo lo stesso spirito malvagio della loggia nera di Twin Peaks nei dipinti esposti a Milano (ovviamente la figura rappresentata non è quella della buonanima di Frank Silva). Bob è raffigurato come un’entità invincibile in quanto appartenente a un’altra dimensione, spesso è alto cinque volte la figura degli altri umani e ha nel suo torace un vortice di materia indistinguibile assieme a una serie di dadi. In molti di questi quadri sono presenti delle descrizioni, a volte sono il titolo dell’opera, ottenute affiancando delle lettere stampate con una macchina da scrivere, tipo quelle che il demone Bob metteva sotto le unghie delle vittime in Twin Peaks. Ed è con queste lettere attaccate con il nastro adesivo trasparente che possiamo leggere “Could Bob Remember before it will be too late?”, o “Bob loved her unless her face turn blue”.
Ma non è solo questa forza misteriosa della natura il soggetto delle sue opere, Lynch ha rappresentato anche altri tipi di incubi, come gli insetti. Formiche e scarafaggi fanno la loro comparsa di tanto in tanto sui quadri. Da segnalare anche l’inquietantissimo “Ombra di mano sulla mia casa” e quello che, secondo me, è il più bel dipinto della mostra, ossia “This man was shooted 0:9502 seconds ago”
Vicino a queste teloni sui quali sono appesi i quadri fanno la loro comparsa degli altoparlanti collegati a un pulsante che, se schiacciato, producono dei suoni.
Ma la mostra non è dedicata solo ai quadri, Lynch ha esposto anche una serie di fotografie ritoccate, come la serie di nudi deformati. In queste immagini la figura della donna viene trasformata e diventa mostruosa. Si possono vedere parti di corpo “appoggiati” su una staccionata, una donna impalata da un oggetto lungo che esce da uno specchio etc.
Arrivato alla fine della serie, sono tornato indietro all’inizio dell’esposizione per seguire l’ordine degli “schizzi” nelle bacheche. La raccolta comprende tutta una serie di disegni che David Lynch ha fatto nei momenti più disparati, alcuni dei quali effettuati su pagine di copioni (c’è ad esempio la prima pagina del copione di “Blue Velvet” e quello della puntata 24 di Twin Peaks!), oltre a quelli impressi su fazzoletti di carta e scatole di fiammiferi. Gli schizzi spaziano da semplici figure geometriche accostate a miniature di paesaggi con alberi, da strani disegni che sezionano delle figure come “evolution of a fish” ad altri complicatissimi intrecci di gradinate simili a “Relatività” di M. C. Escher.
Poi è arrivato il turno dei cortometraggi. La mia entrata nella sala ha coinciso con l’inizio di “The Alphabet”, un incubo raccontato dalle immagini in stop motion. Una ragazza sogna di pronunciare l’alfabeto in maniera distorta e di non poter più smettere, al risveglio la donna sputa sangue sul lenzuolo. Agghiacciante.
Si passa a “Six men getting sick”, le 3 immagini del volto di Lynch (ottenute da un calco del suo capo) vengono riprodotte in situazioni diverse. Le figure si toccano lo stomaco e vomitano mentre il suono di un’ambulanza disturba lo spettatore. Il tutto viene ripetuto per 2 volte. Si sono succeduti una serie di filmati che, devo dire, ho apprezzato fino ad un certo punto, sicuramente per colpa della discrepanza linguistica. Gli esperimenti sulla luce solare e le riprese di un punto fisso nell’arco dell’intera giornata, il già citato “Industrial Symphony”, “The Boat”, “The Yonder Neighbor”.
Poi giunge il momento della follia. 8 episodi del cartoon più stupido della storia, ossia Dumbland. Realizzata nel 2002, questa serie dai disegni crudi e dalle animazioni ridotte all’osso mette in scena le vicende surreali che riguardano il protagonista, un uomo rude e sboccato all’inverosimile. Per farvi un esempio di quanto sia stupido il cartone (non sto offendendo l’opera, è lo stesso Lynch a definirlo così): nel primo episodio il protagonista grasso e pelato si avvicina alla staccionata del suo giardino, incontra il vicino e gli rivela di gradire molto il suo capanno degli attrezzi. Mentre l’uomo grasso comincia il suo dialogo (praticamente monologo) dove le uniche parole comprensibili sono “Shad” “Fuck” e “…your mother”, il vicino si stacca un braccio e gli rivela i suoi segreti. In quel momento passa un elicottero a turbare la già provata quiete del luogo e in quel momento il protagonista esplode in un delirio di “fuck” rivolto al velivolo.
Esco dalla saletta con palco frastornato e incuriosito da cosa fosse successo sui sedili in direzione nord-est rispetto alla mia posizione, dove ognuno provava a sedersi ma puntualmente ritornava sui suoi passi imbarazzato. Io e il mio compagno d’avventura ci dirigiamo verso l’uscita in fondo alla sala e ci accorgiamo che ancora un’opera deve essere vista, o meglio, visitata. Trattasi di una stanza, con le pareti coloratissime e con le prospettive falsate. Sulle (finte) piante notiamo dei pulsanti, alziamo lo sguardo e notiamo i soliti altoparlanti. Non ci pensiamo due volte e schiacciamo i bottoni e quello che esce dalle casse è puro e semplice rumore, rumore che dovrebbe provenire da un piano superiore, piano superiore che non è fisicamente presente… o forse sì e noi non possiamo vederlo, ma solo sentirlo. Attraversiamo le bassissime porte (sembra una stanza di un lunapark) tanto da doverci accovacciare e ci troviamo di fronte alle ultime immagini di “nudo distorto”, donne con un pene, scarpe con tacchi altissimi chiuse in una gabbia, organi genitali e donne rappresentate in atteggiamenti saffici.
La giornata alla mostra si è conclusa con un panino ripieno di prosciutto cotto, pomodori e rucola mangiato al caffè all’interno dello stesso edificio, arredato in puro stile apple. Il ritorno a casa, effettuato attraversando a ritroso le viscere del capoluogo lombardo, fino al parcheggio e da qui fino a casa, navigando sul fiume che s’è creato sulla lingua di asfalto per l’incessante pioggia, è il capitolo meno interessante del fine settimana.
The Air is on Fire si è conclusa il 13 di questo mese, posso considerarmi fortunato per aver avuto la possibilità di fare un viaggio nell’immaginazione di Lynch, perché è così che ho considerato la mostra, uno spaccato del cervello di David Lynch mentre la sua immaginazione si mette in moto prima di iniziare a lavorare ad un progetto, un attimo di follia interminabile, un’esperienza sicuramente interessante e un’occasione irripetibile di conoscere più da vicino il regista di Missoula.

”Il cinema e la pittura sono due universi diversi. Un dipinto resta un’esperienza unica. E dipingere è l’atto solitario più bello che esista”

David Lynch

Flavio Del Prete

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