Consigli per gli Ascolti

Incuriosito dai toni entusiastici della recensione di Ondarock, mi sono deciso ad ascoltare questo “Hercules and Love Affair”. Devo dire che non conoscevo/sco né il nominatissimo Antony, voce prestata ai brani del disco, drag-queen chanteuse, né Andrew Butler, l’unico nome che sta dietro al progetto Hercules. Cos’è? Beh, Disco Music? Sì dai, è Disco, pop anche, ma si balla che è un piacere. Cosa rende questo album un Must-Have del 2008? Se dico che basta il singolone Blind, perla perfetta, ritmo trascinante scuoti-fianchi che si stampa indelebilmente nella nostra testa e che non possiamo fare a meno di ripeterlo fino alla nausea (che comunque non arriverà mai), passerei per un sempliciotto qualsiasi che skippa le tracce del disco fino a quella più orecchiabile (vabé che lo sono tutte, chi più chi meno), o più famosa, per questo è mio obbligo segnalare i punti cardine di quest’album che fa dell’ambiguità la sua effigie: diciamo che è impossibile stoppare il lettore prima del già citato Blind, il ritmo è un crescendo fino alla canzone cardine. Si passa dalla stupefacente Hercules Theme, con i suoi deliziosi fiati, i coretti da antologia del genere, a You Belong il cui inizio mi ricorda, non so perché, i Drexciya di Neptune’s Lair. La scaletta prosegue con Athene, altro vero e proprio monumento alla disco music. Dopo Blind si cala un pelo, Iris e Easy smorzano un po’ il clima festaiolo della prima parte, si avverte un certo rallentamento, quasi come i postumi di una sbornia. Raise Me Up e True False/Fake Real ci ricordano che la festa non è ancora finita e si continua a ballare fino alla fine del disco.

7,5 / 10

Worlds, degli Ebu Gogo è un’altra scoperta recentissima. Il disco è di forte e immediato impatto, con il suo suono decisamente potente accompagnato da melodie elettroniche uscite direttamente da qualche videogioco abandoware dell’amiga. Tra progressive e non so, Worlds è descrivibile con un aggettivo: Divertente.
Sì, non avete mai provato simpatia per qualcuno o qualcosa incondizionatamente, anche se questo qualcuno o qualcosa è tamarro, rutta e scoreggia fischiettando simpatiche melodie ? Ecco, questo disco è quell’amico o quell’oggetto tanto caro.
Non ha senso, lo so, ma apparentemente nemmeno questo disco ce l’ha. Cos’è, un concept? Bah, forse. Come forse? Se è un concept avrà un’idea di fondo che lega tutti i brani, no!? Boh, sì, allora no, non lo è, anche se … bo.

Basta ascoltarsi i brani inseriti nella radio di questa settimana per rendersene conto, Pomp-Adorned è un simpatico intermezzo di 50 sec. che separa Camera Jerkins da Waterworld pt.2. Sulla batteria Tum cha tututum cha, si ripete continuamente quel motivetto al synth che potrebbe essere benissimo un intro di un’avventura grafica Lucas, tipo “Il giorno del Tentacolo” o Zac McCracken. DsurfNA, percuote la batta senza pietà, il basso à la Zu altera il battito cardiaco mentre la solita musichetta elettronica da videogioco (questa volta più à là Golden Axe) stupisce e fa sorridere. Alcuni passaggi decisamente tamarri impreziosiscono l’album e gli danno quell’aria di gioco, di un lavoro fatto divertendosi, per scherzo quasi, passando da un’estetica bassa e ignorante a passaggi che riportano alla mente i Banco di Niente è più lo stesso, ovviamente tutto più veloce.
La martellante H.U.G.S. , con quelle tastiere così barocche, è una traccia adorabile, a tratti graffiante, elettrica, a tratti dolce, rasserenante, poi ritorna violenta, unica costante il tump-tump-tump-tump.
Anima prog del disco è Waterworld, brano diviso in 4 frammenti sparsi per il disco. Il primo al minuto ottavo si ispira ai King Crimson, con quell’intro di tastiera e basso, apre la strada al possente ma prevedibile arrivo di batteria e chitarra tra fiammate e sbuffate vaporose. Una gloriosa cavalcata al minuto 2:30 fino al 3:30, dove una pace apparente ritorna. Ripete la stessa formula fino alla fine: dopo la calma, un’altra sfuriata che termina al minuto quinto. Waterworld 2 comincia con un synth che ricorda vagamente Jean Michel Jarre, ma questi viene travolto dallo stesso incedere di chitarre e percussioni, un muro sonoro che crolla e lascia spazio nuovamente alla melodia aliena. La terza parte è completamente diversa, un maranzanu extraterrestre crea onde concentriche, increspature nell’aria sulle quali il motivetto danza senza peso, come se fosse l’arcobaleno dopo il temporale. Ma è solo un miraggio, perché il cattivo tempo ritorna in Waterworld 4.
Un disco nel disco insomma, divertente, esagerato a volte, elettronico, progressive, la classica sorpresa che ti fa felice, perché non si finisce mai di stupirsi finché continueranno ad uscire album così.

7 / 10

Finalmente mi sono deciso ad ascoltare con la dovuta attenzione la discografia di John Coltrane. In queste settimane mi sono concentrato su Blue Train ( Blue Note – 1957) e su Giant Steps ( Atlantic – 1959).
Incisi nel periodo in cui ancora non aveva una Jazz Band tutta sua, quando ancora era il saxofonista di Davis, questi due dischi rapp
resentano una prima evoluzione del Coltrane Leader.
La cosa che noto quando ascolto un brano di Trane è che sembra di averlo già sentito, non so spiegarmelo non essendo un assiduo ascoltatore di Jazz, sarà capitato di sentirlo involontariamente in qualche trasmissione televisiva, forse per caso o per sbaglio, oppure è una sensazione che Coltrane sapeva e voleva suscitare. La sua costante ricerca forse riguardava anche questo aspetto, il saper agire a livello emotivo, sentirsi la musica nell’anima e sognarsela la notte, anzi, di risuonarla nella mente in quello stato di dormi veglia prima del sonno. Capitò con il famosissimo A Love Supreme ed è capitato con Blue Train. Mi spiace, so che parlo a vanvera, ma essendo ignorante in materia non posso far altro che limitarmi a consigliare il disco descrivendo le mie emozioni.

7/10

Giant Steps sembra un altro mondo, si avverte una maggiore improvvisazione, le note scivolano come se fossero acqua, il ritmo è decisamente più veloce, direi quasi indemoniato, rispetto al disco precedente. Tutto sembra più libero e più “aperto”, sì, si sentono dei veri e propri salti, che poi salti non sono dato che tutto è perfettamente fluido e continuo, sono piuttosto passi, ma passi enormi che consentono una dinamicità tutta nuova al saxofonista, direi dei veri e propri passi da gigante in tutti i sensi.

8/10

In settimana ho ascoltato anche:

  • Li Jianhong – San Sheng Shi ::: 8
  • A Hawk and a Hacksaw – Darkness at Noon ::: 7
  • Earth – The Bees Made Honey In The Lion’s Skull ::: 4
  • Fabrizio De André – Storia di un Impiegato [Riascolto] ::: 8
  • Four Tet – Ringer ::: 7


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