Indiana Jones e l’agognata pensione

Attenzione, il post può rivelare particolari riguardanti la trama del film.

L’atteso ritorno

Finalmente, dopo anni di annunci, smentite, attese interminabili, ritorna l’archeologo più famoso del mondo. Torna Indiana Jones, con qualche ruga in più, un aspetto più stanco, i capelli bianchi, ma con ancora i suoi tratti distintivi: Frusta, Revolver, Cappello, giacca di pelle, la sua proverbiale capacità di trovarsi sempre in mezzo ai guai e di uscirne con altrettanta facilità.
La sua fama lo precede, Henry “Indiana” Jones Jr. è il professore di archeologia più conosciuto al mondo, tutti hanno sentito parlare di lui, da Città del Messico al Cairo, da Venezia a Iskenderun, da Delhi a Pencot, memorabili sono state le sue avventure, sensazionali le sue scoperte.
Henry Jones Jr. nasce nella testa di George Lucas nel 1973. Ispiratosi ai film di avventura degli anni 30, l’emergente regista di Modesto sviluppò quest’idea, modellandola poco a poco mentre si dedicava ad altri progetti che poi gli donarono fama mondiale. Ci vollero ben otto anni prima che l’idea si trasformasse in un progetto concreto grazie all’aiuto dell’amico e collega Steven Spielberg.
Posso solo provare ad immaginare le emozioni del pubblico che per la prima volta, nel 1981, videro apparire sullo schermo questa figura tanto carismatica. Me la ricordo benissimo, avendola vista almeno una cinquantina di volte, la prima scena de “I Predatori dell’Arca Perduta”: 1936 – Sud America (Perù, ndr.), le guide si preoccupano degli Hovitos, una popolazione indigena decisamente poco ospitale, uno di loro assaggia il veleno su una freccia e dice “veleno fresco, tre giorni”; l’uomo con la giacca di pelle e il cappello prosegue mentre i compagni di viaggio, visibilmente turbati dal luogo (uno di loro scappa alla vista di uno stormo di pipistrelli), aspettano il momento giusto per colpirlo alle spalle. L’avventuriero si ferma davanti ad uno specchio d’acqua, estrae una mappa malridotta… in quel momento si ode un “crick”. L’esploratore è troppo sveglio, ne ha passate tante e sa riconoscere il rumore di un cane che tenta goffamente di nascondere il suo rumore; prontamente impugna la frusta e disarma il traditore, che, impaurito da quell’improbabile gesto, scappa. In quel preciso istante tutti possono vedere in volto per la prima volta il protagonista delle più incredibili avventure che il mondo della finzione abbia mai mostrato, esce dalle ombre (della foresta e dello studio di Lucas) il volto del professor Jones.
Nel primo film della tetralogia scopriamo un dottor Jones dalla doppia identità, la prima è quella del professore universitario serioso e preciso, esperto di misteri esoterici e appassionato di sfide difficili come quella che gli viene proposta dai due uomini del governo, ossia quella di trovare l’Arca dell’Alleanza prima dei nazisti. La seconda natura del professore è quella di avventuriero senza paura, che affronta i pericoli senza pianificare a lungo termine, con un pugno micidiale e i modi da cow-boy.
Questo è Indiana Jones, l’uomo dalle mille risorse, istruito e bruto al contempo, donnaiolo e pistolero, archeofilo e tombarolo.
Nella sua “fortunata” carriera piena di successi (soprattutto di successi a metà, dato che, spesso e volentieri, i tesori gli vengono sottratti o vanno perduti senza lasciare testimonianza della loro esistenza) Indiana Jones può vantarsi di aver riportato alla luce reperti di inestimabile importanza: l’arca dell’alleanza, lo scrigno che, secondo la religione ebraica, conteneva le tavole dei comandamenti che Dio lasciò a Mosè; Sivalinga, una pietra sacra che proteggeva un povero villaggio dello Sri Lanka (era una pietra levigata con tre linee orizzontali parallele che simboleggiavano le tre dimensioni dell’universo); e il Santo Graal, l’oggetto più misterioso della religione Cristiana e non solo, obiettivo di tantissimi ricercatori (e di sognatori soprattutto), un calice che dona alcuni poteri, tra cui la possibilità di vivere in eterno (a quanto pare permette un’efficacissima rigenerazione cellulare, allungando così la vita al possessore della coppa). Nessuno di questi bottini sono rimasti in possesso del professore, a lui è spettata la gloria dei ritrovamenti (“fortuna e gloria”, cit.).
Nelle sue avventure videoludiche (che si integrano perfettamente con la serie cinematografica) l’eminente archeologo ha riportato alla luce misteri ancora più nascosti e temuti: ricordiamo la sommersa città di Atlantide con le sue divinità malvagie; la terribile Macchina Infernale nascosta sotto la città di Babilonia (precisamente sotto le rovine della mitica torre di Babele) una macchina dai poteri così incredibili che il re Nabucodonosor dovette ordinarne la demolizione, essa permetteva infatti di raggiungere un altro piano della realtà, l’Aeterium, sede del malvagio dio Marduk e delle strambe creature a suo servizio (oltre che essere l’origine della sapienza in campo [elettro]-meccanico di quella civiltà, ispiratrice della macchina infernale stessa); nonché la famosa tomba (non ancora completamente scoperta nella realtà) del primo imperatore della Cina, il temibile Qin Shi Huang, sepolto assieme ad un esercito di terracotta in una stanza che era a tutti gli effetti un plastico dell’impero stesso da lui conquistato, con fiumi di mercurio che scorrevano sul pavimento.

Dove l’avevamo lasciato e dove lo ritroviamo:

Lo lasciammo nella gola della luna nascente, a Iskenderun, la città che sorge sulle rovine di Alessandretta, luogo dove i Cavalieri dell’ultima crociata posero assedio (in realtà il tempio dove viene mostrato il Graal custodito dall’ultimo cavaliere rimasto è la città di Petra, in Giordania, interamente scavata in una parete rocciosa, ndr), assieme al padre e agli amici Salla e Marcus, dopo aver trovato (e perduto per sempre) il santo Graal. Un film che riportava Indy ai fasti del primo capitolo dopo un “Tempio Maledetto” sotto tono (ma tutto sommato apprezzabile dai fan sfegatati come me). Memorabili i battibecchi con il padre, il quale non vuole rassegnarsi a chiamarlo Indiana (nome del suo cane nel film, del cane di Lucas nella realtà), la rivelata imbranatezza di Marcus Brodi e le scene solenni come quella del ritrovamento della sacra coppa (momenti che, come vedremo, mancheranno nell’ultimo film della saga).
Lo ritroviamo in Nevada, nel 1957, davanti ad un deposito militare, tenuto ostaggio dal KGB, con una donna dai (presunti) poteri sovrannaturali. Indy è invecchiato, anche lui se ne rende conto quando lo dice al suo amico Mac, ma una cosa va detta: non è andato smarrita l’ironia tipica della serie, anche in un film tra i meno memorabili, Spielberg sa condire tutto con della sana ironia, scherzando sull’età del protagonista e sugli handicap che ne derivano: il professore sbaglia la misura del salto con la frusta, è più impacciato del solito, si lamenta troppo spesso, ma non gli manca la furbizia che l’ha sempre tirato fuori da ogni situazione impossibile. E’ un professor Jones diverso da quello che avevamo lasciato a Iskenderun, è stanco, nell’ultimo anno ha vissuto la morte del padre e dell’amico Marcus, ha combattuto in guerra e chissà quante altre avventure. Non è più l’avventuriero che aveva mantenuto il sangue freddo persino d’innanzi al fuhrer a Berlino, è un professore che si vede nuovamente sconvolta la sua vita dall’ennesima avventura. Ma questa volta non è lui a cercarsela, viene attirato da essa, quasi come se i fans della serie avessero disturbato un Ford stanco e comodamente seduto sulla sua sdraio in giardino e gli avessero infilato giacca e cappello e gli avessero messo in mano frusta e pistola con la forza… “vai! Fallo per noi”. Ma cambiati sono i tempi, cambiati siamo noi, cambiato è il cinema, cambiate le tecnologie, cambiato è Harrison Ford.
Una volta dentro l’avventura, comunque, Indy si sa far valere, risolve il mistero, sconfigge i nemici russi e si riunisce finalmente alla sua famiglia… ora basta, Indy è stanco, Indy si siede, Indy mette su famiglia, come un Ulisse che ritorna dalla sua donna con un figlio ritrovato cresciuto… è un messaggio per i fans: non è più tempo di giocare, Indiana va in pensione, è tempo di salutarlo una volta per tutte.

… l’angolo dei rimpianti:

Come già ho scritto precedentemente, a questo ultimo Indiana Jones sembrano mancare quei momenti esaltanti dei precedenti episodi. Prendiamo il combattimento sulle jeep, questa non si avvicina nemmeno lontanamente a quella dei carrelli nelle miniere sotto il palazzo di Pencot o a quella del camion presente ne “I predatori…”. Non riesce a tenerci con la bocca aperta, se nei precedenti capitoli ci rendevamo ben conto del fatto che quelle scene fossero assurde, ma incantavano e sbalordivano… è difficile da spiegare, erano palesemente inverosimili, ma diventavano reali. Questo e la mancanza di momenti epici, come il ritrovamento del Graal o l’apertura dell’arca, hanno fatto di questo film un tentativo mal riuscito di riportare sul grande schermo le emozioni provate un tempo con i primi film, ma 20 anni sono tanti e con la vecchiaia si cade facilmente in ingenuità, come la disgustosa scena delle liane (ci vado pesante, lo so, ma faceva proprio schifo, dai!). A questo va aggiunta la totale superficialità sul rapporto tra padre e figlio, per niente approfondita. Brutto anche il finale, gli alieni, l’astronave, il matrimonio … .
Un film piatto ed evitabile, davvero un peccato che un personaggio unico nel panorama cinematografico come Indiana Jones debba ritirarsi con un tale epilogo, avrei preferito lasciarlo a Iskenderun o a Bagdad (la macchina infernale è l’ultima avventura videoludica in ordine cronologico del nostro archeologo, ndr.).

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