Tutto Bene

Quanto ci vuole per capire completamente un album? Forse non basterebbe un’intera vita, perché se è vero che c’è sempre qualcosa da imparare, qualche tassello da aggiungere alla propria conoscenza e che questo ci permette a comprendere meglio un aspetto della vita che davamo già per assodato, ci sarà sempre un nuovo particolare, un dettaglio perfetto (o imperfetto e in quanto tale umanamente adorabile), che non aveva richiamato la nostra attenzione in precedenza, perché ignoravamo o semplicemente non avevamo i mezzi necessari per apprezzarlo.
Le riscoperte spesso avvengono per caso: ti prepari per uscire, mentre ti vesti metti in sottofondo un album, il primo che ti capita a tiro della libreria. “No, questo lo conosco già troppo bene, vabè…”.
Ti accorgi che non è vero, il disco ti annoiava, lo ritenevi immaturo, immaturo l’artista che lo concepì, bello, sì, ma manchevole di quel qualcosa che avrebbe acceso la scintilla. Ma ora c’è qualcosa in più. La prima traccia ti annoia, è una hit storica, l’hai sentita ovunque, troppo sputtanata, anche se, ascoltandola con la dovuta attenzione, ti accorgi che non è la solita hit pop banalotta e orecchiabile, anzi, è una degna traccia d’apertura per un disco cantautorale, impreziosita da un ritornello che farebbe invidia ai 4 di Liverpool.
Continui a vestirti, arrivi alla camicia, la abbottoni, “l’ultima, poi chiudo ed esco che sono già in ritardo”. La seconda traccia è pure meglio della prima. Il clima da belle epoque introdotto dal piano, che recita una parte centrale in tutto il disco, la voce, affilata e dolce allo stesso tempo, canta Nietzsche con “Let me make it plain You gotta make way for the Homo Superior”.
Ti fermi, non esci più, rimandi, ne vale la pena. Riscopri, passo dopo passo, un disco che non ritenevi tra i migliori dell’artista, pensavi fosse una tappa necessaria prima dell’arrivo di quello successivo, quello ritenuto il capolavoro dell’alieno. Ci pensi su un attimo e realizzi che, a causa di quel disco, questo precedente e quello immediatamente successivo (altra perla del rock, ma ne parleremo, forse, in un altro momento) vengono considerati all’unanime come minori. Ma cosa c’è di minore in un’opera che contiene, tra una canzone e l’altra, riferimenti nietzscheiani, tributi ai Velvet, al guru della Pop Art, recriminazioni per un mostro sacro vivente quale era Bob Dylan, ballate pop e anticipazioni punk?
Il tempo può cambiarti e certo non avrei mai immaginato di rivalutare in tal modo un disco come Hunky Dory. Forse Ziggy capitò nell’anno giusto, un po’ come avvenne per il sergente, ma ora penso che la raffinatezza di Dory sia rimasta insuperata in tutta la “prima fase” di Bowie.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...