Classifica Migliori dischi del 2008

…seconda parte:

6. Andrew Liles & Daniel Menche – The Progeny of flies [Beta-lactam Ring Records]

La musica ambient è fatta di poche note, le quali si ripetono in un periodo molto dilatato, un lasso di tempo che occorre all’ascoltatore per entrare in un particolare stato di evasione dal proprio corpo, perdere totalmente coscienza e lasciar volare la propria mente al di sopra della propria testa.
La mia teoria è che, nell’ambient music, sono i titoli a fornire le coordinate all’immaginazione, non essendoci testi, né importanti variazioni di ritmo. Brian Eno, nei suoi famosi progetti Ambient n.#, faceva proprio questo: la musica evocava immagini nitide e chiare, a patto che lo spettatore tenesse bene a mente il titolo dell’opera e i nomi dei brani in giusta successione.
Quello che fanno Daniel Menche e Andrew Liles in questo disco è identico e preciso.
“La progenie di tre mosche può divorare un cavallo morto più velocemente di quanto potrebbe fare un leone”
L’album parte dalle uova, involucri di esseri viventi, all’interno dei quale si svilupperanno e dai quali verranno protetti. Con “1st to 3rd instar” (termine scientifico con cui si indica lo sviluppo della larva artropoda) si passa allo stato larvale. La traccia è la più astratta delle 4. Difficile è, infatti, collegare l’immagine di una larva alla musica soffusa e ovattata della traccia. Soprattutto quando entra inquietante il piano, in un’atmosfera à là Eraserhead.
La crisalide è il penultimo stadio. Da quest’essere innocuo, nascerà la mosca. Il vuoto impera in questo terzo brano, spezzato di tanto in tanto dal piano.
“Metamorphosis” è l’ultimo stadio, le ali si muovono, i suoni appena percettibili sono il segnale che il banchetto è iniziato, i parassiti divorano voraci le carni morte prima di volar via.

7. AGF – Words are Missing [Agf Producktion]

Quando mancano le parole, la voce diventa una semplice emissione sonora, la più naturale che l’uomo può realizzare. Quando il linguaggio viene epurato dagli alfabeti, dai codici che si sono complicati con il susseguirsi dei millenni, rimane uno strumento capace di trasmettere emozioni, piuttosto che messaggi, grazie alla sua primitiva immediatezza.
Audace tentativo di creare arte tramite l’uso di campionamenti, buona dose di elettronica e intuizioni artistiche, questo disco sa intrattenere, rapire e stupire, nonostante la sua natura sperimentale.

8. John Zorn – Filmworks XIX: The Rain Horse [Tzadik]
Zorn mi piace, ammiro la sua poliedricità, il suo modo di considerare la musica, la sua capacità di lavorare a progetti tanto belli quanto diversi tra loro. Tuttavia, non sono mai stato tanto appassionato ai suoi lavori quanto quest’anno, testimone ne è il fatto che questo è il secondo disco di Zorn presente nella mia top ten. John pubblica in un anno, quanto certi gruppi fanno in tutta la loro carriera, mantenendo quasi sempre un livello elevatissimo. Stargli dietro è, se non impossibile, sicuramente molto difficile.
Pur amando (quasi) alla follia il progetto Naked City e, in particolar modo, l’omonimo disco dell’89, trovo che John Zorn dia il meglio di se nelle composizioni per colonne sonore. Questo ventunesimo Rain Horse, è magnifico. La prima traccia sa rapire l’attenzione con un basso delizioso, che dialoga con il piano di Rob Burger. Le note del violoncello di Erik Friedlander completano il quadro incantevole. Il disco procede tra momenti jazz e intermezzi di tango à là Piazzolla.


9. July Skies – The Weather Clock [Make Mine Music]
Non so molto degli July Skies. Questo Weather Clock è il loro primo disco da me ascoltato. Trattasi di un piacevole viaggio musicale sotto i cieli della Gran Bretagna. Le note ci trasportano soavi, come vagoni di un vecchio treno; noi guardiamo attraverso i finestrini le nuvole che passano lente sopra i ponti. Suoni rarefatti ed eterei, e capacità altissima di saper evocare immagini con la musica,  tratti tipici di certo post-rock nord Europeo.
(Approfondimenti: si ascolti Aki Onda e il suo Precious Moments, è un accostamento mentale sortomi durante l’ascolto di “The Weather Clock”).

10. Kieran Hebden & Steve Reid – NYC [Domino]
Ultimo posto, non per scelta, piuttosto per necessità, avendolo scoperto nel tardo 2008/inizio 2009 e non volendo stravolgere la classifica già stilata e parzialmente postata. NYC è il frutto della collaborazione tra Kieran Hebden (Four Tet) e Steve Reid. L’anima elettronica, ma non certamente fredda, di Kieran si sposa con il battito selvaggio di Reid, che alla batteria impone un  ritmo al confine col tribale, così che questo NYC diventa una delle collaborazioni più interessanti che abbia mai sentito. Imperano 1st and 1st, Between B and C, Lyman Place, vabè, praticamente tutto il disco. Se dovessi fare un paragone, vedrei una certa somiglianza con Out There, degli Heliocentrics. Entrambi affondano le radici nel periodo fusion di Miles Davis (si ascolti On the Corner, ma anche
Spaceways Incorporated, di Sun Ra e i Funkadelics), ma ottenendo risultati finali diversi. Laddove NYC sa essere asciutto e diretto, Out There è pesante ed eccessivamente colmo di trovate (sì, a volte può essere un difetto, se non vengono sfruttate a dovere).

Continua >>>

Leggi anche la prima parte.


2 pensieri su “Classifica Migliori dischi del 2008

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