The Complete On the Corner Sessions – Ascolti/o settimanale [12/01/09 – 18/01/09]

Miles Davis – The Complete On the Corner Sessions [Sony-Legacy Music, 2007]: 8

Dopo l’ascolto entusiasmante di NYC e il ripescaggio di Out There, mi son ricordato di avere ancora in sospeso l’ascolto di “ The Complete on The Corner Sessions”, cofanetto di 6 CD dal titolo un po’ fuorviante (ovviamente non sono tutte le registrazioni delle prove in studio).
7 ore di sessioni di prove con Miles Davis, Dave Liebman, Michael Henderson e soci, più, ovviamente, il disco “On the Corner”, hanno praticamente monopolizzato la mia settimana di ascolti.

On the Corner fa parte del periodo più interessante, per quanto mi riguarda, di tutta la discografia del trombettista di Alton. Erano gli anni 70, Davis aveva già prevaricato i confini del jazz con il miliare “Bitches Brew”, un flusso di assoli semi-improvvisati su una trama sonora misteriosa e magica, dove l’intesa tra i musicisti in studio è totale. Jack Johnson Tribute, dedicato al primo campione dei pesi massimi negro della storia, è il definitivo passaggio ad uno stile nuovo: Blues, Jazz, improvvisazioni, tutto si fonde insieme in un amalgama perfetto. Con On the Corner, Davis firma il passaggio al catalogo rock della Columbia, si presenta a tutti gli effetti come una rock star, si comincia a vociferare di collaborazioni eccezionali, come la leggendaria con Jimi Hendrix (mai avvenuta per la morte di uno e i problemi di salute dell’altro), Sly and the Family Stone, James Brown. La volontà del popolo di colore è di uscire dal ghetto, erano gli anni di Malcom X, M.L. King, gli anni delle leggendarie imprese di Muhammad Alì, Joe Frazier, il primo portavoce del popolo degli oppressi, i neri poveri che cercavano il riscatto, il secondo rappresentante di una black New York ricca, vestita di abiti pacchiani, occhiali con lenti 15 pollici e vistosi cappelli con piume (un po’ come quelli raffigurati sulla copertina del disco). On the Corner venne letteralmente rifiutato dalla critica, quello non poteva essere Davis, quello non poteva essere Jazz. Down Beat, bibbia del Jazz di allora, gli assegnò una stella. A Miles non interessava il voto, bensì la musica del momento e in quel momento i locali jazz si stavano svuotando, la stessa aria stava cambiando, era il momento propizio per un’evoluzione. Poi, i problemi di salute costrinsero Davis a star lontano dagli studi di registrazione per un lungo periodo, privandolo della possibilità di incidere altre possibili pietre miliari sull’onda di On the Corner.

Attenzione! Da qui comincia la gonzo-pseudo-recensione.

Il regalo più bello che potesse farci Sony Legacy è il primo brano che ascoltiamo, inserendo il primo dei sei cd nel lettore e premendo play. On the Corner (Unedited Master) comincia con il basso di Handerson in primo piano, poi la batteria comincia a imporre il suo ritmo jazzato, segue la tromba impazzita di Davis sulle semplici linee sonore tracciate dagli altri strumenti, duettando sensualmente con la chitarra elettrica.
Da qui in poi, sembra di essere in un telefilm degli anni 70, come in Starsky & Hutch, con i wah wah liquidi come liquore e rapidi colpi sui piatti. Siamo nell’ufficio del nostro capo, ci viene affidato un lavoro: trafficanti di droga in città, c’è stata una soffiata, dobbiamo tendergli un’imboscata, conosciamo l’ora, ma non il luogo. Comincia l’indagine, saliamo a bordo della Gran Torino e ci rechiamo al Black Cobra, ritrovo dei più ricchi topi di fogna della metropoli. In sottofondo One and One. Su un piccolo palco, c’è una ragazza, canta per la folla distratta dagli affari e dai bicchieri di gin. Quando smette, le facciamo delle domande. Finge di non sapere, quando ce ne siamo andati, avvisa il capo.
Fuori dal locale, in un angolo della stradina, c’è una piccola band di strada che suona Ife, mentre uno sgherro segue tutti i nostri movimenti. Il mio collega se ne accorge e mi dice di far finta di niente, ma io guardo per troppo tempo nello specchietto retrovisore, l’inseguitore se ne accorge, fa inversione e scappa. Attivo la sirena, What They Do è il brano, il tizio svolta l’angolo, da inseguitori diventiamo inseguiti: due auto con a bordo dei tizi armati fino ai dentici svuotano addosso i loro caricatori. Faccio appena in tempo a derapare e trovarmi con il muso avanti. Il piede a tavoletta, ma non riusciamo ad essere più veloci del micidiale vamping della chitarra. I salti mettono a dura prova le sospensioni della fuoriserie, evitiamo i camion che sembrano sbucare sincronizzati con i semafori: ad ogni rosso per noi, puntualmente un camion parte da un angolo dell’incrocio.
Seminati gli scagnozzi, c’è un momento di calma, pensiamo al cazziatone che il capo ci riserverà al commissariato.
Dopo il cazziatone preannunciato, ci rimettiamo sulle tracce dei trafficanti, ci ricordiamo di un nostro compare informatore, “sarà contento di rivederci”, dico con un ghigno sulle labbra.
Turnaraund accompagna la scena, Mickey, appena ci vede, scappa, ma a piedi è una schiappa, la sua memoria è quella di un novantenne e si infila in un vicolo cieco. La sua è posizione di netto svantaggio con chi pattuglia quotidianamente le strade per mestiere.
“Mickey, Mickey…”
“Piantatela, io mi chiamo George”.
“Già, ma sei poco più alto di un topo, George è più un nome da bisonte”.
“Cristo, ragazzi, se vi spiffero qualche altra cosa, il capo mi fa tagliare le palle questa volta”;
“Niente paura Mickey, è un buon affare, fidati”;
“Col cazzo”.
“Pensaci, noi chiuderemo un occhio sui tuoi affari nella zona, il tuo capo non saprà nulla e noi potremo mettere le mani sui bastardi che cerchiamo”
Il topo di fogna ci pensa un attimo, poi si decide a parlare, lo fa sempre.
“West Side, i messicani riceveranno un carico dai loro rifornitori”.
“A buon rendere, Mickey”;
“Fanculo”.

Tornati al commissariato, riferiamo tutto al capo, che ci affida una squadra di agenti. Ma una semplice imboscata potrebbe essere un lavoro troppo rischioso. Bisogna lavorare sotto copertura.
Il piano è questo: il rifornitore dei messicani è un potente industriale che sfrutta le sue conoscenze per far arrivare nel paese importanti carichi di droga, per poi rivenderli al miglior offerente. Sappiamo che il tizio ha un debole per il gioco e quando si trova davanti ad uno sfidante in gamba, può arrivare a scommettere cifre da capogiro. Non devo far altro che incontrarlo al club dove si trova con i polli da spennare, giocare con lui, farlo perdere e usare uno stratagemma per convincerlo a cambiare il luogo dello scambio, inserendoci anche noi nell’affare. Ovviamente non so giocare a poker. Il mio collega, da una finestra che dà proprio sul luogo preferito del nostro obiettivo, mi fornirà tutte le istruzioni per vincere (proprio come in Goldfinger).
Comincia lo show, folti baffoni da italiano, occhiali da sole sgargianti, apparecchio acustico/ricevente. Il club è un’elegante riproduzione in miniatura di una spiaggia sud americana, sabbia bianca, pollastrelle, ombrelloni bianchi, uomini in calzoncini e camicetta di lino e alla radio il brano Maiysha. L’uomo d’affari indossa un cappello di paglia e un paio d’occhiali da vista spessi come fondi di bottiglia. Dopo qualche incertezza, gli vinco tutti i soldi, lui è imbarazzato, io lo rassicuro, gli dico che so dell’affare che concluderà il giorno dopo. Il tizio si spaventa, impaurito chiama le sue guardie, ma faccio in tempo a dirgli che non sono della polizia e che è nel suo interesse farmi entrare in gioco. Gli dico che il luogo da lui prescelto pullula di poliziotti e lo invito a farlo perlustrare. Gli indico un nuovo posto nella zona portuale e gli do un numero di telefono per informarmi nel caso decidesse per la mia soluzione.
Nel pomeriggio, la telefonata arriva, hanno trovato un poliziotto nell’edificio e hanno deciso di seguire il mio consiglio. Sono nell’affare.
Ci ritroviamo nel luogo indicato, le squadre attendono ad un isolato di distanza, arrivano i messicani, da uno stereo si sente Big Fun.
“E lui chi cazzo è!?”, domanda il capo dei messicani.
“E’ un amico, è quello che ci ha avvisati dell’imboscata, è grazie a lui che quest’affare andrà in porto”, risponde il ricco fornitore.
“E come facciamo a fidarci? Non sappiamo nulla di lui. Se fosse un infiltrato? Non mi piace. Ci ritiriamo”.
“Aspettate, non era negli accordi!”
“Nemmeno il tuo nuovo amichetto. Addio”;
Faccio partire il segnale per far accorrere i colleghi. Attimi che sembrano interminabili.
Il regista della puntata dice che Mtume è la canzone più adatta alla situazione.
Stendo i gorilla dell’imbecille occhialuto, gli frego una pistola e faccio fuoco su una ruota dei messicani. Scendono insieme come un esercito, un brivido mi corre lungo la schiena. In quel momento intervengono le squadre. Scoppia una sparatoria, prendo in custodia l’industriale, lo trascino via dal casino, lo ammanetto ad un palo e torno ad aiutare i compagni. Il capo della banda riesce ad entrare nell’auto col carico di droga nel bagagliaio e fugge via. Mi strappo via i baffi al volo e, assieme al mio collega, salgo a bordo della Gran Torino. All’inseguimento! Un sobbalzo fa accendere la radio sul brano Chieftain. Il bersaglio guida come un disperato, come chi è già stato in carcere e preferisce rompersi il collo, piuttosto che tornarci. Nei vicoli stretti di China Town le auto c’entrano a stento, sinistra, destra, dritto. Rosso. Poi il tram. Il nostro amico messicano lo prende in pieno, noi lo evitiamo per miracolo. Fine della corsa, l’uomo non tornerà mai più a camminare e probabilmente nemmeno a parlare. Il carico di droga riversato su tutti i binari e in parte nelle fogne. Questa notte i topi faranno festa.
Titoli di coda su U-Turnaround.

Ringrazio All-about-Jazz per le informazioni e le altre fonti occasionali.

2 pensieri su “The Complete On the Corner Sessions – Ascolti/o settimanale [12/01/09 – 18/01/09]

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