Easy Star All-Stars – Easy Star’s Lonely Heart Dub Band

Siamo appena agli inizi di questo 2009 musicale e già sto stilando un abbozzo di lista dei dischi migliori. In questa lista, entrano di diritto gli Easy Star All-Stars con la loro ultima uscita: “Easy Star’s Lonely Heart Dub Band”.

Parliamo innanzi tutto di questa enseble Americana/Jamaicana dedita, da un po’ di anni, alla rivisitazione in chiave  dub/raggae di capolavori assoluti della storia del rock.
Gli ESAS ruotano intorno ad un fulcro di tre musicisti fondatori della Easy Star Records, che sono Michael Goldwasser, Eric Smith e Lem Oppenheimer, i quali hanno diretto la band dalla sua nascita. Come produttore, chitarrista e arrangiatore, Goldwasser è colui che si dedica nel trasformare brani dei Floyd, Radiohead e Beatles in canzoni Dub, impegnandosi nell’accontentare sia la parte di pubblico che proviene dal rock e che si avvicina per curiosità al disco; sia il pubblico abituale consumatore di Raggae.
Il successo arrivò con – l’ormai famosissimo – “Dub Side of the Moon”, disco di una bellezza incredibile (secondo me, il disco dei Floyd addirittura ne guadagna, perdendo quell’aura di perfezione-divina che mai ho sopportato), bissato poi con Radiodread, coverizzazione di “Ok Computer” (personalmente non l’ho apprezzato molto). Diventati un vero e proprio fenomeno, famosi ormai in tutto il mondo, gli ESAS, questa volta,  hanno alzato ulteriormente il tiro: obiettivo del loro ultimo sforzo è stato trasformare “Sgt. Pepper…” in un disco Raggae.

Come da tradizione, l’album presenta la stessa, identica successione di brani dell’originale e, come l’originale, inizia con la Lonely Heart (Dub) Band, che apre il sipario e introduce il pubblico allo spettacolo. Segue senza interruzioni “With a Little Help from my Friends”, la più riuscita del disco, cantata dalla splendida voce di Luciano.
Lucy in the Sky riprende la stessa chitarra-carillon della beatlesiana versione, procede con ritmo saltellante fino al ritornello appiccicoso, con “sharallalalah” sfuggiti in momenti di euforia. Cambia la sostanza, ma non il risultato.
Altro momento esaltante è quello di “Being in Benefit for Mr. Kite”, ciondolante e caraibica, poi inaspettatamente tamarra intorno al minuto 1:08.
“When I’m Sixty-Four” è commovente: viene ripreso lo stile cabarettistico, ma assume, in questo contesto, connotati  parodistici, arrivando persino a superare l’originale, per quanto mi riguarda.
Si arriva alla mia preferita del Sergente Peppe, che, transitivamente, diventa la mia preferita tra le cover. Stupendi i cori, i fiati svogliati, che da soli sono in grado di raddrizzarti una giornata di merda.
“Good Morning” merda era e merda rimane. La (finta) chiusura invece è geniale, stesso motivo della prima traccia, ma testo diverso, la Lonely Heart Dub Band saluta il pubblico, “è dispiaciuta, ma è tempo di andare”.
La coda del disco è una bellissima “A Day in the Life” che ripropone la staffetta, che prima era tra Lennon e Mc.Cartney, ora tra Michael Rose e Menny More.

Siamo quasi ai livelli di “Dub Side…”, la forma è la migliore, il disco è una perla da ascoltare e riascoltare: 7,5/8

http://www.myspace.com/easystar

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