Mulatu Astatke, The Heliocentrics – Inspiration Information 3


Quando scoprii gli Heliocentrics, lo ricordo ancora, era un pomeriggio caldo di un paio d’anni fa. Ero annoiato, cosa che mi capita spesso quando lascio sedimentare i miei ascolti in uno stesso “contenitore” per troppo tempo. Cercavo qualcosa che mi facesse, anche solo nell’arco di un solo ascolto, cambiare rotta. Un pomeriggio, cambiare ascolti, anche per poco. Ricordai d’essermi segnato un nome, senza genere, né altra informazione di sorta a margine. Sulla nota avevo scritto semplicemente “Heliocentrics”.

Spesso mi capita di ritrovarmi davanti questi foglietti virtuali, appunti presi in giro per internet di persone di cui dimentico sempre l’identità, militi ignoti di una rete  ai quali sarò sempre riconoscente.

“Gli Heliocentrics, sentiamo qualcosa”.

La prima traccia che ascoltai fu la travolgente “Once upon a time”, dal disco “Out There”. Non sto qui a spiegare le emozioni che provai, emozioni primitive invero, ossia non influenzate da alcuna conoscenza appresa in precedenza, il Miles Davis elettronico per me era ancora un perfetto sconosciuto (così come Sun Ra) e l’hip-hop, a dire il vero, non mi ha mai preso troppo. Certo è che, se volevo qualcosa di nuovo, quel pomeriggio dannatamente afoso, lo trovai e me ne innamorai.

Strut Records, invece, fece breccia nel mio cuore con la pubblicazione di compilation fenomenali, mi riferisco ai due volumi dedicati all’underground nigeriano di cui Femi Kuti (e progenie) rimane patrono “Nigeria 70”; “Disco Not Disco” e “Disco Italia”, tutte con lo scopo di dar risalto a gruppi di artisti più o meno noti di un dato periodo, contesto, luogo.

Inspiration Information è una fortunata serie di volumi, nonché ennesimo glorioso progetto della label inglese.
Prima di Broken Flowers, prima di “éthiopiques 4”, pochi conoscevano Mulatu Astatke, padre del ethio-jazz, sindaco della Swingin-Addis, amico&collaboratore di grandi jazzisti, leggende del passato (parlo di Sun Ra, parlo di Duke Ellington, parlo di Azar Lawrence, parlo di…), formatosi musicalmente tra Londra, New York e Boston, primo studente africano del prestigioso conservatorio di Berkelee.

Gli Heliocentrics sono un gruppo di musicisti con base a Londra, uniti da una passione totale per la musica, con un occhio di riguardo per il funk di James Brown, il jazz più elettronico di Miles Davis, le adorabili stramberie jazz-deliche di Sun Ra e certe contaminazioni orientali che non guastano mai (spesso vedremo introdursi dalla porta posteriore un sitar nel bel mezzo di un groove). Guidati dall’istrionico batterista Malcom Catto, si sono fatti adorare per Out There, autentica rivisitazione in chiave moderna di quelle idee Davisiane che tanto indispettirono i jazzofili dei nascenti anni 70, ma che sarebbero poi diventate la bibbia di molta musica nera a venire.

Qual è l’idea?

Far suonare dal vivo per un evento radiofonico uno dei più interessanti collettivi fusion/jazz contemporanee assieme ad uno dei loro ispiratori. Il risultato è stato sorprendente: i ragazzi di Malcom Catto, in un solo giorno, hanno studiato e arrangiato alcuni brani di Astatke dando sfoggio di tutta la loro padronanza nel fondere generi e panorami distanti anni luce.

Da qui al disco, il passo è stato breve. In uno studio dell’est di Londra, in una settimana di lavoro di scrittura matto e ispiratissimo, gli Heliocentrics, Mulatu Astatke e un’ensemble di artisti etiopi hanno partorito questo terzo capitolo per la serie Inspiration Information.

Il funk psichedelico degli Heliocentrics, che sembrano esser maturati dal loro ultimo LP, guadagnando in leggerezza, smaltendo tutta quella succosa, ma, alla lunga, indigesta carne a fuoco.
Ne nasce un disco  elegante ed esotico, tradizionale e moderno al contempo.
Tracce dai marcati lineamenti folk etiopi si alternano ad altre fusion, vicine ad un certo Jazz-Rock zappiano post-mothers of invention. “Blue Nile”, ad esempio, potrebbe essere benissimo un brano di Hot Rats. La chitarra elettrica nel caos urbano di “Addis Black Widow” è uno dei momenti più alti, assieme al  sax di “Fire in the Zoo”, che sembra barrire su un basso funk e la batteria selvaggia di Catto. Questa è la mia preferita dell’EllePi, quella a cui penso quando mi balza in mente l’album.
“Chik Chikka” è un chiaro omaggio On the Corner, col suo lento e sincopato incedere.
Non mancano canzoni nuove, come la quasi-lounge “Cha Cha” e “Dewel”, pesantemente influenzate dal compositore etiope Yard, dal quale gli Heliocentrics hanno preso i pilastri e costruitoci sopra con tutto l’istrionismo possibile.
Gli eliocentrici sfogano la loro incontenibile voglia di suonare tutto in An Epic Story, Trip Hop, ma più elegante, meno effettato.
A chiudere il disco, l’ascendente suite free-jazz-anglo-etiope. Una perfetta sintesi di tutti i condimenti che troviamo nel piatto. La musica autoctona etiopica si sposa con l’irrequietezza Mingusiana, ma trova spazio anche certo rumorismo improvvisativo senza infastidire minimamente.
Per quanto mi riguarda, quest’anno è iniziato a bomba, dopo il piacevole Fourth Dimension di Jimi Tenor and  Kabu Kabu, ho potuto provare un’enorme soddisfazione (che ho provato a descrivere umilmente in questo spazio, spero che gradiate) nell’ascolto di questa inestimabile perla nera: 8.

The Heliocentrics MySpace: http://www.myspace.com/heliocentrics

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