Le città sognate

Non di rado, capita di addormentarmi a tarda notte in stati di inquietezza interiore, scosso da turbamenti che farei fatica a descrivere, tanto sono sovrapposti e intricati tra loro. Quando mi addormento in queste condizioni, il mio subconscio viaggia tra mondi, piani della realtà governati da leggi sconosciute, assurde, imprevedibili. Imprevedibili? Imprevedibili per la mia  coscienza, la quale rimane vigile e razionale persino quando il mio corpo è in orizzontale e si abbandona al placido riposo.

Non so come io abbia sviluppato una simile capacità, né  da quanto tempo sia in grado di farlo, so solo che, nei miei viaggi infradimensionali, il mio Io interiore sa esattamente cosa succede intorno ad egli. Intendiamoci, non sempre mi accorgo (non so se sia il caso di usare la prima o la terza persona in questi casi) di essere in una creazione della mia mente in standby sin dai primi passi mossi nel mondo dell’ignoto (ammesso che i sogni siano di tale natura). Diciamo che raccolgo indizi, segnali, metto insieme informazioni e, seguendo ragionamenti adduttivi, mi accorgo di stare dormendo. Il mio Io è come un detective, un segugio che viene preso e spostato in un ambiente a lui totalmente sconosciuto; qui, viene costretto dal suo desiderio di conoscenza a mettere insieme pezzi del puzzle per scoprire la sua ubicazione all’interno dell’universo. Non sempre la ricerca va a buon fine, ma devo dire che, quando avviene, un sorriso d’orgoglio appare sul mio viso appena sveglio. E’ bello poter contare su un’intelligenza nascosta, seppur nascosta molto bene.
Per quanto sia distratto e disordinato di natura, posso vantarmi del fatto di essermi perso una volta sola, in tutta la mia vita. Fu in un paese di campagna, un cerchio di case abbracciate assieme per difendersi dal vuoto cosmico della pianura padana. Come ritrovai la strada di casa non è importante ai fini della narrazione. Quante volte, invece, mi sia perso in città immaginarie, cercando riferimenti architettonici che cambiavano ogni volta che il mio sguardo tornava a posarsi su di essi, contando passi da un lampione, che dopo 10 metri diventava una bianca colonna marmorea, non lo ricordo più.
E’ il sogno di stanotte, un paese in bianco e nero, ostile, geometrico. Non escludo di esservi già stato in precedenza. Ricordo le terrazze generose, ornate da parapetti bianchi come zanne d’elefante, le arcate a sostenere il peso dei piani superiori, i mattoni smaltati sulle pareti. Una volta riuscii ad entrare in una di queste abitazioni. Si trattava di un palazzo, all’interno del quale c’era un cortile pavimentato a spina di pesce, grigio come la cenere. Da un’entrata si accedeva allo studio di un dottore, non ricordo la specializzazione, non credo di averla mai conosciuta, in realtà. Era un portoncino di alluminio inodizzato color bronzo, come andavano di moda un po’ di anni fa. Era orribile, stonava incredibilmente col resto della struttura, tanto da poter definire quel sogno un “incubo”, per via di quel particolare.
Il resto della palazzina, invece, era adorabilmente antico e tutto era conservato con amore dagli inquilini, come se abitassero in un tempio venerabile di una qualche divinità folkloristica. Vi entrai con la mia bicicletta, sperando che qualcuno potesse aiutarmi a riparare la catena. Scoprii con mio sommo stupore di esser capitato nella casa di un’amica che non vedevo da anni, la quale, vedendomi, mi invitò a prendere un thé su da lei.
Le scale erano un inno alla pomposità e alla grandezza. Il costruttore non aveva badato a spese, ordinando una scalinata in marmo rosa, con scalini regolari, larghi quanto un marciapiede, accompagnati da una ringhiera in ferro battuto, ornata da arabeschi e intrichi di foglie e rami di gelsomino ed edera. Salii, ma sbagliai piano ed mi ritrovai innanzi ad un’entrata ridicola. La porta era un quadrato che arrivava alle mie ginocchia. “Dev’essere la casa di un nano”. Entrai strisciando come un soldato che si muove tra le selve, per non farsi scorgere dal nemico in agguato. Mosso dalla curiosità e dall’ammirazione per quel mobilio così antico e profumato (ancora vivo è il ricordo dell’odore dei mobili di mia nonna, nella cui casa ho vissuto tutta la mia infanzia), morso dai tarli, cinto da ripiani di marmo arlecchino, aprii il cassetto di un mobiletto alto e stretto. L’orrore contenuto in quello scrigno di legno mi fissò negli occhi dalle sue orbite spalancate, attraverso i capelli insanguinati appiccicati sulla fronte ferita. Separata dal resto del corpo, con la mandibola aperta terrorizzata, mi guardava una testa umana, che sembrava implorare aiuto. Chiusi il cassetto e di quello che accadde dopo non conservo più ricordi.
Stavolta, era una Bergamo in bianco e nero, che mi scacciava con ogni sua forza. Ogni strada mi respingeva, ogni persona voleva che io me ne andassi, persino la toponomastica era ostile, la via “Vattene” mi fece sogghignare, eppure mi recai verso il parcheggio dove il mio trasporto era a riposo sotto la pioggia. I posti auto, di tanto in tanto, presentavano colori vivi, come se l’artista impegnato a scolorire la pellicola fotogramma per fotogramma, si fosse lasciato sfuggire dei piccoli particolari che, tuttavia, risaltavano con forza dal resto.
Fuori Bergamo, un paese, che probabilmente è lo stesso in cui mi perdo ogni volta, mi ingoiò distrattamente. Le persone al bar erano scortesi, gridavano incompresibili parole nel loro dialetto arcaico, lingua contadina mescolata alla pronuncia sdrucciolevole dell’alcol. Sicché, mi ritrovai a camminare in strade perfette, pulite, deserte. Budelli labirintici, le cui pareti erano ornate di rombi disegnati con le stesse mattonelle smaltate, ma colorate di nero. I muri erano ciclopici, tanto da riuscire a vedere lo zenit e nient’altro. Fu sgusciando tra le pareti spigolose, che mi resi conto di quanto i miei movimenti fossero ridicoli. Una marionetta senza spina dorsale, le cui giunture erano costituite da perni mobili, con gli arti snodati e impazziti. Mi muovevo di gran fretta da un vicolo all’altro, prima di riconoscere le arcate avoree, le balconate barocche, i tozzetti neri che spezzavano, di tanto in tanto, la continuità del latte. Il mio corpo matto si fermò, alzò il capo verso una di quelle arcate e vide una donna. I suoi capelli lunghi e mossi scendevano lungo le braccia, poste ad angolo retto sul parapetto; la veste bianca di seta confondeva la sua figura con la struttura dell’edificio; il suo sguardo era rivolto verso il basso, guardava la città sognata come una prigioniera osserva l’inferriata che la costringe nella cella. Mi persi nel suo sguardo triste, precipitando in abissi senza fine, fino al mio risveglio.

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