Ascolti vari

E’ da un po’ che mi sono rinchiuso in un autismo quasi totale: scrivo poco, ascolto poco, studio poco, gioco poco, parlo poco. L’arrivo dell’estate mi deprime. Motivo per il quale non ho aggiornato il blog per diverso tempo, tempo nel quale ho fatto fatica ad accumulare ascolti (sono più quelli che si sono accumulati in playlist, in attesa).

Bando alle chiacchiere e vai con la lista:

Kevin Ayers – Joy of a Toy (1969): 10

Bel personaggio, Kevin Ayers. Bassista, chitarrista, cantante prima dei Wilde Flowers, confluito poi nei Soft Machine, ritiratosi infine al sole e la particolare dieta a base di acidi e amenità varie di Ibiza, dedicandosi ad  una carriera solista in un primo momento  sfolgorante, poi sempre più saltuaria (ma non sempre è un male non pubblicare niente quando non si ha niente da dire). Ufficialmente appartenente alla non-scena canterburiana, Ayers è sempre stata l’anima più “canzonettara” dei suoi gruppi, capace di comporre musiche da programma per bambini, quanto bon-bon psichedelici assuefacenti, a differenza del più jazzy/sognante Wyatt.

Joy of a Toy è un album del 1969, partorito al sole di Ibiza dal biondo disertore dei Soft Machine, Kevin Ayers, ma, soprattutto, è un disco perfettamente pop.  Nasce da una costola di Volume One, Joy of a Toy, appunto, suonata assieme a Wyatt e Ratledge, così si apre con Joy of a Toy Continued, un’allegra canzone da “Albero Azzurro ®”, à la Magical Mystery Tour. Town Feeling delinea subito il carattere che Ayers vuole dare alla sua creatura, un pop-progressivo, ritmato da una batteria jazzy, portata via, probabilmente, durante il trasloco dagli studi di Londra, un oboe, archi, a formare una mini-orchestra che non sfigurerebbe con quella del sergente Pepper.

Il piano classico in apertura di Girl on a Swing è il preludio di un brano incantevole, leggero, raffinato e ondeggiante. Stop this Train  è una locomotiva in corsa che potrebbe continuare in eterno, con Ratledge alle tastiere, la voce di Ayers ci parla attraverso un vecchio altoparlante di (paura per la) libertà e di un messia.

Lady Ratchell è la canzone più malinconica che abbia mai sentito.

Oleh oleh Bandu Bandong è semplicemente fuori dal mondo, una marcia di coniglietti duracel vestiti da militari nazisti, l’incubo che ogni notte si vorrebbe avere.

Chiude il folk di Ask this crazy gift of Time, cala il sipario su un disco di una bellezza commovente, solare, baleare, piacevolmente intorpidito.

Per me, il capolavoro assoluto di Ayers e, forse, del canterbury tutto.

Tuvan Ensemble – Tuva: Voices from the Land of the Eagles: sv

Il Khoomei è un canto gutturale originario della Tuva, un’area della Siberia limitrofa alla Mongolia. Zona remota, primitiva (con accezione positiva, positivissima), sopravvivono antiche credenze, sciamanesimo, animismo, il forte legame tra uomo e natura.

Vicino alle diplofonie dei monaci tibetani, oggetto su cui Demetrio Stratos ha basato (parte dei) i suoi studi vocali, il Khoomei sta subendo una riscoperta nelle regioni asiatiche e non solo, grazie alle pubblicazioni della Pan Records di raccolte come questa e album veri e propri di gruppi come gli Shu-De, Yat-Kha, Huun Huur Tu, ecc.

Il disco si apre con un sofferto assolo di igil di 3 minuti, prima dell’ingresso dello strumento più naturale: la voce. La diplofonia, diceva Stratos, è un fenomeno riscontrato negli esercizi di riscaldamento vocale dei monaci tibetani, secondo Demetrio, il secondo suono era del tutto involontario. Tuttavia, con esercizi mirati, atti a sviluppare e padroneggiare questa caratteristica, è possibile costruire vere e proprie melodie, sfruttando la gola come se fosse un flauto. Ed è con questo gioco di riverberi che le stesse ugole cantano le strofe e accompagnano l’igil (ed altri strumenti caratteristici) per tutta la durata dell’album.

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