“I do country music, it’s just a matter of what country”


Dieci anni dopo la pubblicazione del suo ultimo album in studio, Jon Hassell torna a stupire con “Last Night the Moon came dropping its Clothes in the Street”. A 72 anni e con alle spalle una carriera artistica importantissima e seminale, il musicista di Memphis trova la quadratura del cerchio della sua ricerca musicale, riuscendo finalmente ad individuare quel centro di gravità permanente e a trascriverne le coordinate in dieci solchi. Successore spirituale di “Maarifa Street: Magic Realism” (a sua volta seguito, almeno nel nome, di “Aka Darbari Java: Magic Realism”) “Last Night…” è stato registrato parzialmente dal vivo, assieme agli stessi musicisti di Maarifa Street: Peter Freeman (percussioni, basso, chitarra e samples), Rick Cox (chitarra e archi), Jamie Muhoberac (tastiere e batteria), Kheir Eddine M’Kacich (violino), Pete Lockett (batteria), Ervind Aarset (chitarra), Heige Norbakken (batteria), Thomas Newman (archi), Dino J.A. Deane (live sampling), Steve Shehan (percussioni) e Jan Bang (percussioni).


La sua inconfondibile tromba  traccia curve sulle basi elettro-acustiche intessute dalla band, ove elementi di vario genere convivono a formare una trama esotica, dal fascino misterioso, crepuscolare e bellissimo. Tra questi, un ruolo centrale ha il basso dub di Freeman, spina dorsale di tutto l’album, benché depauperato della vitalità caraibica e dissolto in un flusso di correnti positive, che portano l’ascoltatore in uno stato meditativo-introspettivo post-canna. Come avviene in Northline, il brano che più di tutti si avvicina agli “Angoli” Davisiani; o di Time and Space, dove l’ascoltatore viene immerso in un fluido magico e misterioso, e la mente è libera di vagare tra reminiscenze e presagi celestiali, in un luogo ove si perde la percezione di tempo e spazio, e lo spirito si rigenera come in un’oasi nel deserto. E’ Fourth World 2.0.

Ed è proprio con le reminiscenze che Hassell ama giocare e stuzzicare l’attenzione, evocando gli spiriti di Duke Ellington e Juan Tizol, che si uniscono al maestro per suonare Caravan, riecheggiante tra le pieghe del violino-oud-like e le note temporalesche della chitarra.

La magia trasfigurante della musica di Hassell trova ispirazione nei versi del poeta persiano Gialal al-Din Rumi, importantissima figura del sufismo, nonché fondatore dei dervisci rotanti. La poesia di Rumi era in un certo senso ambigua nella sua forma: intonava odi al divino o apprezzava le forme di una bella ragazza? Probabilmente non sussiste differenza alcuna tra le due cose, in fondo la magnificenza del creatore si rispecchia anche nelle sinuosità di un corpo umano. Così, la musica di Hassell si carica di un misticismo tale da incantare lo spettatore e provocargli un piacere quasi terapeutico.

Se forse è presto per giudicare un’opera di tale portata, di certo si può ammirare il  percorso che ha portato il trombettista del Tennessee, innamorato del Jazz di Miles Davis e delle sue esplorazioni fuori dai canoni del genere, iniziato 40 anni or sono con Vernal Equinox e giunto a questo step, a mio  avviso, incredibile.

Perché, se mi è consentito dare un giudizio personale sul disco, io penso che “Last Night” sia un album di pari dignità rispetto ai migliori della sua discografia. Il punto d’arrivo di anni di sperimentazioni e magnifiche composizioni. A settant’anni, e con una carriera simile alle spalle,  non è da tutti dare dimostrazione di una tale vitalità creativa.

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