Tom Tom Club

Qualche giorno fa, con l’aiuto delle playlist speciali di iTunes, riflettevo sull’annata magnifica che fu l’anno del signore millenovecentottantuno. Jon Hassell pubblicava quel capolavoro di Dream Theory in Malaya, produzione di Brian Eno; i King Crimson davano una sferzata alla loro immagine con Discipline, un cambiamento tanto sorprendente quanto magnifico; i Japan se ne uscivano con il cinesofono Tin Drum, se possibile, ancor più bello e “interessante” di “Gentlemen…”; dei sorprendenti Psychedelic Furs incidevano Talk Talk Talk, apice della loro discografia e meraviglioso tributo al glam, a Bowie, a Lou Reed e i Velvet, e tutto ciò che era avvenuto e ancora doveva avvenire nel Pop; usciva My Life in the Bush of Ghosts, opera totale, astratta, geniale, cui già ho dedicato un discreto spazio su questo blog, in passato.

Tutto ciò che era scaturito dal vaso di Pandora dopo quell’incendiario 1977, dove bande di rozzi strimpellatori – leggi: furbi produttori e funzionari di marketing – misero a ferro e fuoco palchi e luoghi comuni musicali di tutto il mondo, prese man mano a definirsi sempre più. Una musica meno furiosa, spigolosa, intellettuale, attenta a vibrazioni provenienti dagli angoli remoti del globo. Si udirono i primi echi industriali, si assistette al ritorno al romanticismo dei Roxy, o il robo-romanticismo dei Kraftwerk di The Man Machine, e un milione di altre correnti che sarebbe impossibile racchiuderle in un unico calderone, eppure è stato fatto, in maniera molto goffa e sin troppo semplicistica, potere dei [tag].

Quella dei TH era una formula molto particolare, nata soprattutto dal genio irrequieto di David Byrne e dalla tutela qualche volta invadente di un Brian Eno da poco rientrato dalla Gemania. I ritmi frenetici e sudati, flussi senza soluzione di continuità e le nevrosi di uno yuppie newyorkese condensati nel medesimo luogo, interpretati da un tizio stramboide con un vestito ridicolmente largo, accompagnato da un gruppo che, man mano, diventava un collettivo, dove un nutrito numero di session man si inseriva stabilmente anche in sala registrazioni. Se questo possa essere stato il motivo dei piccoli screzi all’interno della band non lo si sa per certo, di sicuro si sa che le teste parlanti vollero chiudere per un breve periodo le proprie bocche, e tacquero. Più o meno, questo lasso di tempo coincise con la pubblicazione di MLitBoG, che ricordo essere stato registrato precedentemente a Remain in Light, e con quella di Tom Tom Club – Tom Tom Club.

Bum. Cos’è Tom Tom Club?

Eppure è strano che non godano di grande considerazione, visto che il loro ingresso nella top ten dei singoli in UK lo centrarono al primo colpo con “Wordy Rappinghood” e che altri singolazzi riscontrarono un discreto entusiasmo sia “al di qua” che “al di là” dell’oceano.

Sì, ma chi sono? Belew ve lo ricordate, sì? Quello che imitava gli animali con la chitarra. No beh, non solo. Nei KC, durante lo stesso anno, aveva dato vita a uno dei sound più innovativi e inauditi del rock. A Roma, con i Talking Heads, qualche luna prima, si esibì in uno dei live più stupefacenti della storia (a proposito, ma quanto sono più fighi Byrne e soci dal vivo?).

Poi, vediamo, c’era Wally Baradou, tastierista, amicone di  un sacco di gente gaia, tipo Gracy Jones, tipo Mick Jagger, tipo anche Youssou N’Dour; poi c’era Tina Weymouth e le sue sorelle; poi c’era il batterista Chris Frantz, poi qualche negro dal vivo a battere sul barattolo del caffè; immagino che, a questo punto, possiamo considerarli un progetto parallelo dei Talking, più levigati, più dancettari, più pop, senza quegli spigoli, né le convulsioni del leader, ugualmente sofisticati, intellettuali, etno-lovers. Alcune differenze, alcune similitudini, come il vezzo (?) di spaccare il disco in due parti speculari: la prima tirata, dove non si ha tempo nemmeno per sistemarsi i pantaloni; la seconda meno incisiva, un po’ lenta. Infatti, la sequenza Wordy, Genius of Love, Tom Tom Theme, L’Elephant è tra le cose più esaltanti del pop tutto. Genius of Love sintetizza nei suoi cinque minuti e mezzo tutto il mood dell’album: omaggio trasognato al funk dei Funkadelic, al raggae di Sly and Robbie e di Bob Marley, una musica nera, ma ripulita e rileccata a sufficienza per farne una perla art-pop da classifica.

“Cosa farai  quando lascerai la cella?

Andrò in cerca di divertimento.

Cosa intendi per divertimento?

Divertimento, normale divertimento.

Mi vedo in paradiso col mio fidanzato, il mio fidanzato felice.

Non c’è né inizio, né fine

Non esiste il presente, in questa dimensione…”

In fondo alle lyrics, il cane ripete il nome del vero Genius of Love. Chi è? Andatevelo a sentire.

Dicevo della seconda faccia: è più lenta, a tratti ciondolante e si trascina sonnacchiosa. “On, on, on, on” sembra smentire la tesi del lato b discendente, ma poi arriva “Booming and Zooming”, una gitarella in totale relax fuori dalla stratosfera, e un dub spaziale che gira nello stereo della navetta. Si chiude ai caraibi con “Under the Boardwalk”, cover dei The Drifters dal ritornello appiccicoso e uno steel drum che fa tanto spiaggia di Trinidad.

L’ottantuno è stato un anno tanto ricco di capolavori, molti dei  quali ancora non “riscoperti”, ché ci si potrebbe spendere una vita ad approfondirli tutti, perle come questo disco, oppure, non so, la conoscete Launderette? In linea con l’art-pop dei Tom Tom Club, meravigliosa. Sapete chi c’è alle percussioni? Dai, non ve lo dico, a parte che un indizio lo potete trovare su questo stesso blog, cercate tra i miei mix di 8tracks.

Ma non solo: l’esordio dei Duran Duran, quello di Kip Hanrahan, The Penguin Cafe Orchestra, Energie di Giuni Russo, La Voce del Padrone. Ce n’è così tanto di materiale, che ci si potrebbe aprire un blog apposta, badate.

Ma intanto mi auguro che corriate a procurarvi Tom Tom Club, con o senza aver letto il WoT qui sopra, fa niente.

2 pensieri su “Tom Tom Club

  1. Conosco bene Tom Tom Club. Mi permetto di segnalare anche il primo pezzo del lato B, «As above, so below». Nel 1981 esordivo come dj, e nelle mie scalette questo disco era spesso presente.

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