Su Small Craft on a Milk Sea, di Brian Eno

Ben ritrovato, signor Eno. Che piacere risentirla. È tornato da un viaggio lontano con un regalo speciale. Affascinante: un prisma di materia cronica. Non reagisce alla luce, non la disperde in arcobaleno. Riflette tempo, lo spacca in possibilità. Lei, crononauta, in ogni possibile attimo dell’universo, in ogni possibile universo in un attimo.

A bordo di un vascello, su un mare lattiginoso, ha naufragato. Sotto la superficie, cronocristalli danno vita a immagini. Ogni faccia mostra un’avventura possibile: è con Harold Budd, in un padiglione di sogni. Intanto lo scafo taglia il mare placido. Ma è una pace effimera. Quel mondo – così i sensi umani lo percepiscono – è vivo e mutevole. Ora sembra elaborare un ricordo lontano. Un luogo familiare: la Germania; due amici: Dieter Moebius, Hans-Joachim Roedelius; decostruzione e sperimentalismo, nonché basamento per l’ambient a venire.

Le acque si agitano, le immagini cambiano. Ora è in un bunker, alle prese con ritmi schizzatissimi, in preda ad un trip Autechriano. La vita all’esterno ha già cominciato a mutare. Deserti radioattivi, lande sabbiose, sospiri lamentosi da lontano. Il mondo come lo conosciamo potrebbe finire domani, ma lei troverebbe sempre uno scorcio suggestivo da immortalare sulle sue tele sonore.

Ancora: steel drum, percussioni su lamiere. Periodo ignoto, agente sconosciuto. Due braccia nude, un cerchio di ferraglia e strumenti rudimentali. Una formula percussiva paleosonica e un ronzio tecnologico. Sfregamenti, battiti, glitch. Qualcosa non torna. Non c’è tempo per focalizzare. Il cluster di cristalli reagisce al passaggio.

Altre situazioni: in un baccanale con i Velvet Underground (nel crescendo caotico di “2 Forms of Anger”); in un videogioco di Eric Chahi (“Slow Ice, Old Moon”, “Calcium Needles”); in studio, a lavoro su “1.Outside” (“Bone Jump”).

Non  ci sono picchi, né tracce memorabili. Il cronocristallo mostra il tutto filtrato da una visuale algida, senza personalità. Sono come spiriti vacui, cui manca un quid per diventare tangibili. Un’esperienza interessante, ma soprattutto destabilizzante per chi si aspettava tutt’altro. Bentornato, Brian Eno. È sempre un piacere risentirla.

Non è stato un viaggio solitario: con lui, il capitano in seconda Jon Hopkins, già autore di “Insides”, uscito l’anno scorso per Double Six/Domino; e Leo Abrahams, altro strumentista/compositore/epigono tenuto in grande considerazione dal non-musicista. Brian Eno è in una fase di ri-analisi di linguaggi già utilizzati – quando non scoperti – nella sua carriera. Io la farei cominciare con l’uscita di Another Day on Earth.  A tutti gli effetti un connubio tra la sua vena popettara e quella ambient, accolto freddamente, ma col tempo rivalutato. Poi con Byrne, dopo circa 30 anni, con un disco di canzonette solari. Infine l’affacciata nei corridoi di Warp, l’adunata degli allievi, la  decisione di partire per l’ennesima avventura verso ambienti finora insondati.

Licenza Creative Commons
Su Small Craft on a Milk Sea, di Brian Eno by Flavio Del Prete is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 3.0 Unported License.

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