Fallout New Vegas – Io sono Pelé

Eccerto che è un “More of the Same”. C’è da stupirsi? Mica è “same” e basta? – Si, ok, ma quanto c’è di “more” e quanto di “same”?

La cornice è “same-same”: combattimento, SPAV, modding armi, SPECIAL, personalizzazione PG, sistema di Perk. Collaudato, rodato, efficace. Animazioni, espressioni, texture, effetto pop-up, eredità di Fallout 3, con i pregi e le brutture del caso.

Il “more” sta sulla tela. Prendete un quadro di Picasso, periodo “cubismo analitico”. La realtà frantumata in una molteplicità di punti di vista. Fallout è un quadro eteromorfo. Le forme sono caleidoscopiche. Le situazioni si prestano a centomila letture, tante quante sono gli spunti offerti dai caratteri dei personaggi. Tutti hanno un’anima da sondare con dialoghi da manuale del GDR. Ironici, maturi, ramificati, icastici. Talvolta rappresentano sfide difficili quanto i combattimenti, o come serrature da sbloccare con le abilità acquisite.

Le quest sono fili che legano le forme, ma non sono tesi tra ‘A’ e ‘B’, lineari e diretti. Si articolano da una giuntura ad un’altra, tornano indietro, si annodano, salgono, scendono. Un filo, tanti nodi: una figura complessa da risolvere con pazienza, o da tagliare con risolutezza. E le azioni, correlate alle missioni o spontanee, cambiano la prospettiva nel Mojave. Le fazioni si contendono il territorio come in un RTS. Metodi diversi, fine comune: sopravvivere. Con chi schierarsi? Con uno, con nessuno, con tutti. La coscienza si rivela un limite. Ognuno bada ai propri affari, e anche noi. Nessun vincolo morale imposto: la libertà di arbitrio è reale. La decentralizzazione del Karma dalle meccaniche è lì a testimoniarlo.
La genialata: è tutto il gioco ad essere una partita di poker. Bisogna saper giocare le proprie carte, alzare la posta, avere coraggio, bluffare, quando necessario. Il finale è il risultato di un calcolo combinatorio dove le variabili sono le n possibilità di risolvere una questione. In questo caso, la complessità coincide con la qualità.
L’esplorazione è una sfida costante. Oltre al tarlo dell’avventuriero, subentra un senso di rapimento. Il deserto ti inghiotte. Quando l’esperienza si accumula (quella del giocatore, oltre che quella dell’avatar), si diventa degli scout della zona contaminata, complice l’equilibrio perfetto tra senso di solitudine e avventura. Dietro un’autostrada tranquilla, un acquitrino radioattivo infestato dai ghoul; un’oasi, a due passi da un covo di deathclaw; lo spettacolo rutilante della Strip, accerchiato da miseria e meschinità. La parola d’ordine è eterogeneità. A tal proposito, un vademecum per vivere un’esperienza perfetta: fast travel bandito; difficoltà settata al massimo; hardcore mode attivato. Il funzionamento di questa modalità è semplice. Non bere: ti rincoglionisci. Non mangiare: ti indebolisci. Non dormire: ti istupidisci. Ignora questi bisogni: muori. Le medicine hanno effetto ritardato. Per un arto rotto ti occorre un medico, una borsa medica o dell’idra, ma attenzione alle dipendenze. Anche questo significa sopravvivere nelle wasteland.

Giunge in punta di piedi, spinto poco o niente dai media. C’è chi lo ha preso per un DLC. C’è chi “senza Bethesda, sarà un merdone”.

È il GDR più bello della generazione. È un more of the same, nel senso più bello del termine. [10]

Van Buren era il nome dell’ottavo presidente degli USA. Van Buren era il nome in codice di Fallout 3, di Black Isle. La sua cancellazione e lo smantellamento di Black Isle coincide con la fine della golden age dei GDR classici. A capo del progetto Van Buren era Chris Avellone, in seguito fondatore di Obsidian Enterteinment.
Fortune alterne, scarsa considerazione rispetto al loro valore reale. “Sono bravi, ma…”, “Ah sì! I fratelli sfighez di Bioware”, “Quelli dei secondi capitoli”. Kotor 2 è ambizioso, è opulento ed è monco. Ne esce un po’ capolavoro, un po’ disastro. La colpa non è loro. Neverwinter Nights 2 è un prodotto degno. Raddrizzato in corsa, diventa ottimo. Il merito è loro. Alpha Protocol è un disastro. La colpa non è loro.
Nel frattempo, Bethesda acquisisce i diritti da Interplay e de-ibernizza Fallout. Sorpresa: quelli di Oblivion fanno il botto. Intirizzito, gocciolante, un po’ incerto, ma il gioco c’è: è un successo. Fallout esce dalla nicchia, ri-diventa un cult.
Avellone si lecca i baffi. La formula action-RPG-free roaming lo attizza. L’occasione della rivalsa viene concessa proprio da Bethesda. Arriva il capolavoro che Van Buren sarebbe dovuto diventare.


Licenza Creative Commons
Fallout New Vegas – Io sono Pelé by Flavio Del Prete is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 3.0 Unported License.

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