Deus Ex – Carpenters’ Revolution

È un gran gioco, solo che si vende male. Oddio, in realtà dovrebbe aver venduto anche bene, ma quello che intendo è un’altra cosa. Diciamo che non è proprio un gioiellino a vedersi, né il prodotto di una raffinata ricerca estetica. Se poi ci si aspetta una sceneggiatura memorabile, con caratterizzazioni da film d’autore, colpi di scena spiazzanti, allora campa cavallo. I punti forti di Deus Ex Human Revolution sono due: atmosfera e gameplay. Nulla di nuovo, non illudetevi, ma chi se la sente di fare gli schizzinosi di questi tempi? È come se degli artigiani avessero strappato pezzi dal meglio del cyberpunk per creare un’opera tutta loro, senza il senso della misura. Un frullatone che come gli sia uscito bene non lo sanno nemmeno loro. Si parte con una Robocop. Detroit è in subbuglio, il contenzioso tra luddisti e transumanisti è sul punto di esplodere in una lotta armata, gli ED-209 pattugliano i vicoli e per tutti tu sei Lattina. La fiera dello script è in strada, AI nulla, i cittadini sono omini lego inchiodati sui mattoncini, ma tutto funziona per miracolo ed è bello così. Poi c’è Henghsha, ossia Shanghai, ossia una cheap Blade Runner in salsa di soia. Stessa solfa, stesso prodigio. Qualunque sia l’ambientazione, ci si sente lì, immersi in un fluido retro-narrativo irresistibile, fatto di complotti, vincoli etici bruciati, nuovi ordini sociali/politici/economici, che collega eventi e personaggi dell’intera trilogia. Background che sale a galla quando si interagisce con ebook reader, palmari e caselle di posta elettronica, sparsi un po’ ovunque. Jensen è un segugio, un hacker, un detective e un soldato; sta al giocatore foggiarlo a suo piacere, agendo sulle “augmentations”. Quello che Human Revolution propone è una versione raffinata delle meccaniche del primo episodio. Semplice, bilanciato, divertente, si impone come l’action RPG che Mass Effect dovrebbe essere. I blocchi in cui è organizzata la narrazione si ricombinano in base alle scelte effettuate, con soluzioni più che convincenti. Le subquest sono poche e ben scritte: quasi mai lineari, né scontate, offrono un’ottima scusa per esplorare accuratamente gli ambienti, accumulare esperienza, saperne di più sul mondo di DE. Ma il meglio di sé il gioco lo dà nelle missioni principali. Mappe sviluppate tanto in orizzontale quanto in verticale. Ogni stanza è un labirinto con N percorsi raggomitolati attorno alla meta. Al giocatore la scelta su quale strategia adottare. Inutile dire che l’approccio stealth è il più gratificante: senza sparare un colpo, sgattaiolare nell’ombra, prendere tutti alle spalle. Già, anche se, a dirla tutta, gli FMV degli atterramenti rendono le cose troppo semplici: Jensen non viene né visto, né udito, oltre ad essere invulnerabile ai colpi per quel tot di tempo che dura lo script. Nulla vieta di cambiare strategia in corsa, rubare le armi ai nemici e partire a  testa bassa una volta scoperti. E poi piombare dall’alto, sbucare dal basso, strisciare nel mezzo, insomma “Fate un po’ come vi pare…” dovrebbe campeggiare sotto il titolo in copertina, magari seguito da “… tranne che contro i boss”. E questo è un gran peccato, perché con tutta la fatica fatta a sviluppare Jensen, ritrovarsi ad attuare il balletto decerebrato da sparatutto old-gen contro dei villain inconsistenti lascia in bocca un saporaccio.

Complimenti comunque ai falegnami di Eidos, che si perdono quando c’è da lavorare di fino, ma sanno costruire un prodotto solido e godibilissimo per i fan e i novellini della saga.

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Licenza Creative Commons
Su Deus Ex – Carpenters’ Revolution by Flavio Del Prete is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 3.0 Unported License.

4 pensieri su “Deus Ex – Carpenters’ Revolution

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