Su Tyson, di James Toback

La prima domanda è “chi sono io?”

Bam. L’immagine si frantuma come una mascella colpita da un uppercut. È un io a pezzi, frammenti che si giustappongono, si sovrappongono, risposte che si accavallano, spesso si contraddicono. La prima domanda è “chi sono io”?

Tyson la macchina, Tyson l’uomo, Tyson l’orco, Tyson il gentile, Tyson l’idiota, Tyson lo studioso, Tyson il puttaniere, Tyson il casto, Tyson il cristiano, Tyson il musulmano.

Non se ne viene a capo, perché la sua natura è un enigma. È ognuna di queste cose e il suo contrario, è tutte queste cose insieme e nessuna di esse. Toback riassume la vita di un boxer straordinario. C’è solo lui in scena, come nel titolo. L’ultima leggenda dei Massimi, il fenomeno mediatico entrato nella cultura popolare come bestia indomabile dentro e fuori dal ring. Tutti sanno chi è Mike Tyson, ma in pochi ne conoscono la vicenda umana.
L’infanzia di Mike è il caos. Nasce in una famiglia povera, la madre alcolizzata, il padre scappato di casa. Il Ghetto è un universo parallelo in cui vige la legge della giungla. Per caso, da vittima di sopprusi, si scopre presto l’animale più forte. In uno dei tanti soggiorni nei riformatori, scopre il pugilato. Nella sua vita entra la figura straordinaria di Cus D’Amato (il leggendario allenatore di Floyd Patterson). Cus diventa più che un padre: è il pilastro della sua esistenza. Lo accoglie, lo plasma, gli insegna la disciplina, ne fa il pugile perfetto. Le sequenze sulla sua preparazione mostrano un aspetto sconosciuto ai più: la meticolosità. Mike studia e impara a memoria tutti i colpi, i passi sul quadrato, le mosse dei migliori pugili di ogni epoca e categoria. Di Jack Dempsey studia la ferocia, di Marciano la determinazione, da Ali impara l’importanza del carattere, dai medi e dai leggeri l’importanza della velocità e della tecnica; non lascia nulla al caso.
La scalata al titolo parte da lontano ed è rapida: il dilettantismo, le Olimpiadi, i primi pugni tra i pro. Sotto l’egida del suo mentore, Tyson diventa il picchiatore più devastante della storia. Ma Cus non vedrà il trionfo del suo pupillo: viene a mancare l’unico riferimento nella vita di Tyson e la sua stabilità si spezza. Vince il titolo mondiale a diciannove anni, brucia ogni record, ma si scopre fragile. Infligge KO devastanti, ma ad uscirne segnato da ogni incontro è il suo equilibrio. Le donne, la droga, manager sanguisughe, Don King, i divorzi, l’accusa di stupro, la prigione.
Il fisico eccezionale gli permette di conquistare nuovamente le corone. Da lì in poi, sarà una caduta interminabile: i match contro Holyfield, terminati con lo storico morso all’orecchio; contro Lennox Lewis è l’ombra di se stesso; Kevin McBride lo mette giù con una spinta alla fine di un incontro-farsa. L’intervista al termine del suo ultimo combattimento ne rivela tutta l’insospettabile umanità: “sono spiacente di deludere tutti, non ho più quel fuoco che mi brucia dentro. Pensavo solo a pagare i miei debiti, ho lottato per incassare i pugni. I miei figli sono più importanti”. Dopo il ritiro, Mike Tyson è un quarantenne grasso, rintronato, ma apparentemente in pace; felice di ciò che è stato, rammaricato per ciò che non è stato per i suoi figli. I titoli di coda arrivano su un verso “esistenzialista”: “What I’ve done in the past is history, and what I do in the future is a mystery”.

“Tyson” è un documentario impeccabile. Mette in scena gli aspetti della vita di un uomo d’acciaio, la sua incapacità di condurre una vita “normale”, l’incapacità di gestire il denaro, il rapporto travagliato con le donne. È una lunga intervista, il suo volto sempre in primo piano, la sua voce che racconta, si emoziona, tentenna, si appesantisce quando ricorda il suo trainer.
C’è poi l’altra parte, quella delle gesta sul ring, delle immagini di repertorio e foto d’epoca che andrebbe proiettata in una mostra d’arte: se è vero che la boxe è un’arte, i Knock Out di Mike Tyson ne sono un’espressione sublime.

James Toback è un regista e sceneggiatore newyorkese. Ha all’attivo una decina di film, tra i quali “Tyson” è il più riuscito. Salaam Remi è autore dei brani Hip-hop che sottolineano i momenti più significativi della pellicola.

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