Partire dal finale

A quel punto del viaggio,  avevamo già dimenticato la nostra età. La Lanterna galleggiava in un oceano di silenzio: un rudere danneggiato in più parti dello scafo, sorpassato da mezzo secolo di tecnologia aerospaziale. Noi stessi eravamo merce da rigatteria. Mercenari ridotti a merce di cui il mercato non aveva più bisogno. Ricordo un impero e un imperatore. Ricordo i regni, infiniti. Niente esiste più. Ricordo una ciurma e uomini valorosi morti in missione. Noi superstiti proseguivamo nel viaggio. Attendevamo la fine: della nostra vita, dell’universo, del carburante, di ogni cosa.

I motori ultra-luce donatoci dal Re di Uvexia ci spingevano lungo la rotta prestabilita. Gli asteroidi di Goixoa. Oltre quel confine, pochissimi uomini avevano messo piede. Se si prendono per buone alcune storie di pirati e di sedicenti esploratori, oltre quelle colonne d’Ercole, lo Spazio aveva fine. Una nuova realtà aveva inizio, fatta di luce e forme indescrivibili.

Saettammo oltre gli asteroidi. Ci domandammo cosa avremmo trovato. Altri regni che l’imperatore Tong nemmeno sapeva di possedere? la luce infinita narrata dai pionieri? No. Ciò che trovammo non fu una fine, ma l’inizio. Ci volle un po’ per riconoscerlo, Ainur. Nessuno di noi l’aveva mai visto l’ammasso a occhio nudo. La stanchezza che ci affliggeva da anni svanì per un attimo. Lasciò il posto a una curiosità fanciullesca, sensazione che non provavamo da decenni. Pensammo di essere pazzi. Pensammo che il navigatore positronico della Lanterna fosse impazzito. Inviammo delle sonde per raccogliere informazioni. I dati che raccolsero chiarirono la situazione: eravamo tornati indietro. Riconoscemmo ancora M-323 e la Cepheide azzurra di Xerba. Tangemmo il perimetro di Quartus, scheggiammo Epheria. Viaggiavamo a velocità incalcolabili: il passaggio tra i Goixoa ci caricò di una spinta inerziale pari al doppio della spinta massima dei motori. Tutti i rilevatori sballarono. I freni non poterono arrestare il moto della nave. Ripercorremmo il viaggio dall’inizio alla fine, in un tempo ridicolmente inferiore. Di nuovo ai Goixoa, e di nuovo indietro. Capimmo che non si trattava di un wormhole: era l’universo stesso a piegarsi su se stesso. E dire che il Re di Uvexia aveva tentato di avvertirci del pericolo. Ma nemmeno lui poteva sapere cosa ci aspettasse oltre le colonne. Uno spazio finito e infinito a un tempo. Ci chiedemmo cosa potessero aver visto i pionieri che riferivano dello sterminato spazio di luce. Forse, in condizioni diverse, slittarono fuori dal “nastro”, come una palla che scavalca il recinto del tavolo da biliardo. Al nostro passaggio, l’universo si rivelò come un rotolo di pergamena senza capo né coda. Sempre più veloci, segnavamo il nostro passaggio. Il nastro ripiegava su se stesso, con le sue stelle, i pianeti e i sistemi puntellati tra le pieghe. L’impero di Tong, l’universo, il nostro viaggio, non era che un appunto annotato su una pergamena custodita  a sua volta in un universo di pergamene: una biblioteca celeste, al di là dello spazio e del tempo.

“Cosa ne sarà di noi?”, ci chiedemmo fissandoci nelle orbite scavate dalla vecchiaia. Dopo un centinaio di giri  o due, pensammo – quasi rasserenati – che non ci saremmo mai più fermati. Non esisteva forza in natura che avrebbe potuto frenare la nostra inerzia. “Forse riavvolgeremo il nastro, torneremo giovani”. Convenimmo che prendere il tè nell’osservatorio di prua fosse l’unica cosa sensata da fare. Fu nell’infuso che realizzammo cosa stavamo scatenando. Le foglie appassirono fino a diventare polvere, prima di toccare l’acqua. Gettammo un’occhiata all’infinità intorno a noi. La stessa sorte delle foglie di tè toccò alla luna di Kela: smise di orbitare intorno al suo compagno gassoso, la superficie si spaccò come una crosta secca, s’inabissò nell’atmosfera densissima del suo pianeta e scomparve. L’universo stava sfaldandosi. Fu una cosa che riguardò solo il quadrante d’universo in cui ci muovevamo, in un primo momento. Poi si espanse, dilagò, sgualcì tutta la tela. I pianeti si  sganciarono dalle loro orbite e presero a muoversi nel caos. I dorsi delle mani rivelarono l’inevitabile: la stessa malattia che avvizziva l’universo, consumava anche noi. A ogni solco che lasciavamo,  una galassia si disuniva, come riso cucinato male. I muscoli si sfilacciavano, i pianeti collassavano, i soli si spegnevano. Eravamo tanto veloci da restare immobili. La nave raggiunse il limite di consunzione sostenibile dai sistemi di emergenza. Attoniti (e paralizzati) osservammo lo spettacolo di quel fenomeno. Finché le pupille non sbiadirono. Cercammo a tastoni la teiera e le tazze. Svanite! svanito anche il tavolino. Ci spingemmo in avanti e avemmo la sensazione di cadere nel vuoto, come quei sogni dove ci si sveglia di soprassalto nel comfort del proprio letto. Solo che qui non c’era un letto, né un pavimento, né più le sedie, né altre cose da cui cascare, o in cui cascare. Solo una cascata di particelle elementari, che di lì a un secondo si estinse.

Allora chi è che “ricorda”? Lo ignoro davvero. Ma, se ho potuto ripercorrere tutte le tappe del nostro viaggio, significa che qualcuno può ancora leggere. Immagino di esistere ancora in una specie di universo di backup. Non una copia esatta. Piuttosto, un calco incompleto. Come se il foglio sul quale era stato scritto il primo avesse trasudato macchie d’inchiostro qui e là su una nuova pergamena. Frasi intere, talvolta parole sconnesse, quando non glifi indecifrabili. Alcune righe devono essere solo solcate, senza fluido nero. Sono frammenti di realtà sottilissimi, dove le identità si assottigliano, si compenetrano, diventano una cosa sola. Sicché io sono io, ma sono anche Wu, sono l’imperatore Tong, Conrad, e tutte le persone che ho incontrato in vita. Sono anche tutte le cose che ho visto, toccato, assaporato, annusato. Sono i suoli su cui ho camminato, i pianeti, le lune, i crateri e le montagne. Che sia l’aldilà? o forse solo una copia malriuscita? Arriverà uno scrivano incaricato di ricostruire il vecchio universo partendo dalle basi di questa pergamena? Sarà uguale in tutto e per tutto al precedente? Esisterò ancora/di nuovo? Continuerò a fare domande?

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Partire dal Finale by Flavio Del Prete is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 3.0 Unported License.

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