Videogiocosità #0

Risparmiatevi la fatica, ho già controllato: non esiste un nome meno ridicolo e più efficace per definire la “musica che ricorda un videogioco”. Quindi buona, ce lo teniamo. Che sia lo stadio terminale della Retromania o una conseguenza dell’avvento della geek culture non lo so – fatto sta che un trend videogiocoso c’è. A me il compito di tratteggiarne i contorni. 

Però chiariamo prima un paio di cose:

1) Videogiochi, ok. Quali?

  • Fine anni 80 e prima metà dei 90, generazioni 8 e 16 bit. Il settore aveva già conosciuto una crisi. Il Giappone era la nuova patria del gameplay, da cui si propagò la console war più bella della storia. I cieli erano bright blue™ e ogni gioco trasudava ottimismo. C’era innocenza, ingenuità e aria di rinascita. Erano anni in cui una combinazione di limitazioni tecnologiche, arte dell’arrangiarsi, passione e visionarietà portò all’affermazione di un’estetica, un immaginario e una mitologia.
  • Tutti i prosecutori di quell’epoca: Nintendo quando non si copre di ridicolo; gli indie che ripescano, decostruiscono, rimodellano; le mosche bianche come Valve e alcuni samurai irriducibili tra i pezzi grossi.

2) Che vorrebbe mai dire “ricordare un videogioco”?
Non basta suonare un po’ chiptune e glitchy, troppo facile se no. Videogiocoso dev’essere: complesso, stratificato, incastrato, artificiale, possibilmente colorful. I ritmi devono giocare con sfasi, rallentamenti, slittamenti, accelerazioni – come blocchi e piattaforme di quadri di gioco ricombinanti. Per dire: stanno fuori dal cerchio Adventure, Groundislava, ecc. Il loro limite è l’essere colonne sonore  vintage per videogiochi che non esistono, o essere normalissimi autori di musica elettronica buoni solo a far leva sul suono vintage. Fuori anche le cover 8-bit dei classici rock. Alcune sono carine, ma col mio discorso c’entrano zero. Tiriamo una riga anche su Amon Tobin. Essere autore dell’OST di Chaos Theory non basta per essere videogiocosi. Il brasiliano non ama il bitmap, o almeno non lo dà a vedere. La sua estetica è troppo legata al linguaggio cinematografico e quindi, ai videogiochi di realizzazione più recente: nulla di più lontano dalla mia ricerca. Altra discriminante: il mood è sempre “crepuscolare”, i pezzi sono tavole in tonalità di grigio, mai una screziatura nelle sue costruzioni pur dinamicissime.
L’identikit del musicista-videogame-nerd corrisponde ai figli di Squarepusher, Aphex Twin, Autechre, Drexciya, Daft Punk e al contempo succubi di Koji Kondo, Yuzo Koshiro, Isao Abe – rispettivamente, compositori di punta di Nintendo, SEGA e Capcom – e altri geniacci d’antan. Oppure sono proggaroli dell’ultima ora, hipster e tecnicissimi, che ammazzano il tempo ammazzando i koopa troopa. A volte sono dubsteppari che dal suburbio fumigante di Burial sono tornati in quelli di Streets of Rage infestati dai punk. Infine ci sono gli hypnagogici, che hanno trovato un nuovo territorio da saccheggiare.
I suoni, in sostanza, sono quelli degli anni 90, già centrifugati e sintetizzati nei videogiochi dell’epoca, ora frullati e riproposti con risultati multiformi.

Continua…

Licenza Creative Commons
Videogiocosità #0 by Flavio Del Prete is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 3.0 Unported License.

Un pensiero su “Videogiocosità #0

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...