Videogiocosità #1

Continua da: Videogiocosità #0

Nuovi proggers e videogiochi

Decretare la morte di un genere (musicale o videoludico) è dura. Nell’era del sincretismo culturale, reso possibile dai mezzi dell’internet, lo è a maggior ragione. Intendiamoci, la pratica ci diverte molto. Si tratta, più in generale, di movimenti convettivi che portano sotto il fondo suoni e trend e ne riportano altri in superficie, rinnovati nella loro struttura e nella loro simbologia. Succede che un giorno muore il prog, un altro dì tocca al synth-pop, finché non schiatta tutto il rock. Ma poi eccoli riemergere con sbuffi ed eruzioni in altre zone geografiche, con ben altre fenomenologie. Davanti al nome hanno “post“ quando va bene, altrimenti sta al critico ravvisare le parentele. Tutto questo giro per dire che il prog non è morto – vi piacerebbe. Sono quarant’anni che si arrabatta come può tra produzioni synth-snob-intellettuali, post-rock e un certo indie-pop caleidoscopico che si sta sentendo da un po’ di tempo a questa parte. Ora, non è che tutto il progressive sia rinato nel segno dei videogame. È sempre una questione di coordinate e riferimenti: l’habitat dei proggaroli seventies erano i miti, il folklore, le fiabe; quello delle nuove leve è il salottino col mega drive e la sala giochi.

I Late of the Pier sono il giusto esempio di genialità e schizofrenia unite a un’inclinazione ludica irresistibile. Cambi di ritmo, registro, genere a ogni brano, quando non già all’interno dello stesso. Ora c’è il riff scippato a Gary Numan, ora hanno i tic di David Byrne; ora sei sul dancefloor, ora nella Mushroom Land (mi ci gioco il megaCD che sono nintendari). Basta sentire una Heartbeat a caso: i sintetizzatori nell’intro evocano la spensieratezza di un Outrun, prima dell’arrivo dei gorgoglii prog, quindi un altro salto, e diventa una pacchianata glam-rock. Da un livello all’altro senza intermezzi noiosi. Da Random Firl a Whitesnake nemmeno sembra lo stesso album. Eppure, ponendo attenzione, un trait d’union lo si trova: il suono giocattoloso che sbuca sempre nel riff delle tastierine, o a prendersi carico della melodia vera e propria; la stessa imprevedibilità è in sé un tratto videogiocoso. Una scatola di balocconi nintendara. [youtube:http://www.youtube.com/watch?v=Ze8fHeftcrE%5D

Sempre progster, ma più sconosciuti e più americani, ecco a voi gli Ebu Gogo. Chi sono? Mistero. Da dove saltano fuori? Beh, questo lo so: da Providence, la città di Lovecraft. Cosa fanno? Questo è già più complicato da descrivere. Il loro è un universo celato, sotterraneo e brulicante. La loro musica è esattamente quella che ti aspetteresti da un gruppo di cripto-primati: weird. “Worlds” è un’accozzaglia di melodie appiccicose e suoni grezzissimi. I barocchismi delle tastierine midi infilati in mezzo ai riff fangosi (DsurfNA) hanno la stessa dignità di un Battletoads, ma sono tanto kitsch da rasentare la genialità. [youtube:http://www.youtube.com/watch?v=qQEVtXJOERY%5D

Uno come Polinski dove lo mettiamo? La sua militanza 65daysofstatic ci suggerisce: “a metà strada tra i proggaroli e i techno-nerd”. In realtà, la sua collocazione ideale sarebbe tra gli amighisti nostalgici. Il piccolo Wolinski sognava avventure in mondi lontanissimi, plagiato dai b-movie re dalla letteratura di genere. Labyrinths non è altro che il disco che aveva in testa da una vita: la colonna sonora di quelle avventure negli spazioporti di Orione. Tutto è impostato su un’ottica retro-futuristica. Lo è nella forma: un math/progressive sui generis, tutto sintetizzatori software, guitar pro, poliritmi e pezzi ballabili. Lo è nell’immaginario: la cover dai colori seppia, i videoclip e le illustrazioni ritraggono un universo dove il tempo ripiega su se stesso, come un’onda anomala. Passato e futuro si sovrappongono, si mescolano, robot e macchine a vapore lavorano nella stessa fabbrica, automobili stanno ferme al casello mentre passa un treno a vapore; poi c’è la magia, che viaggia parallela alla tecnologia. Retrofuturistico lo è anche l’immaginario videogiocoso a cui si ispira. Senza gli altri membri dei 65daysofstatic tra i piedi, può dare sfogo a tutta la sua nerdaggine. Lui dice: “Le possibilità della sci-fi sono incalcolabili”, come quelle narrative dei videogame. Basta dare un’occhiata al video di Stitches [youtube:http://www.youtube.com/watch?v=1-KG7bhqUrg%5D l’avventura testuale si fa linguaggio alternativo alla testualità classica. Alternativo anche ai videogame, volendo, data l’assenza totale di gameplay. Ma Polinski ne immagina un’evoluzione divertente: una piattaforma di nuova concezione, capace di catalizzare le diverse sfumature dell’intrattenimento interattivo.

Continua…

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Videogiocosità #1 by Flavio Del Prete is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 3.0 Unported License.

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