1 – Dodecaedro

Prima lo sbuffo, poi il rumore sordo, tipico del sistema di posta pneumatica. Adler non sentì un tubo. Non sentì nemmeno arrivare Ottone, l’automa con la skin d’ottone. Elemento che dava il colpo di grazia al buon gusto nell’arredamento di quell’ufficio. Quattro pareti grezze, mattoni rossi a vista. Sopra, buchi di proiettili di diverse tipologie: a rosa, a stella, frastagliati, circolari. Con un po’ d’attenzione, si poteva scorgere uno spazio vuoto tra due mattoni nella parete a ovest. Era la tana di Mortimer, coinquilino di Adler e cavia dei suoi esperimenti. Non si amavano, il loro era un rapporto di mutua convenienza. Mobili in legno: scrivania crivellata senza pietà, consolle, dispensa con diverse serie di preparati chimici. Trofei, perlopiù oggetti sottratti ai criminali arrestati, armi del delitto, ninnoli, feticci, chincaglierie; esperimenti, mosche carnarie colonizzavano un pezzo di carne marcescente in campane di vetro, una testa umana in formaldeide, una campana di vetro con dentro un scheletro di maialino color vermiglio, una teca piena di coleotteri e insetti provenienti dai posti più esotici della Terra. Congegni astrusi, trappole, protesi, armi e giochi. I più erano composti da ruote dentellate incastrate con altre ruote più piccole, in un puzzle meccanico di proporzioni infinitesimali. Una tavola magnetizzata con polvere di ferro, esperimenti di rilevamento impronte. Piante, erbe, estratti, fluidi, precipitati, provette, siringhe color rame con aghi a uncino; all’interno, un liquido blu cobalto. Una vetrinetta con un mucchio di pestelli, barattoli e contenitori di ogni sorta, un simbolo con un teschio e due ossi incrociati, una fiamma, un oggetto deflagrante stilizzato avvisavano del pericolo. Un pianoforte verticale di qualità infima tutto tarlato e un po’ scordato. Adler vi strimpellava il suo motivo preferito quando necessitava di concentrazione, il suono era orrendamente plasticoso. Non poteva sentire niente, stordito com’era dagli antidolorifici. Se ne stava sulla poltrona pericolosamente in bilico, le gambe sulla scrivania di noce, il braccio ingessato sullo stomaco, la mandibola attaccata alla testa con una fasciatura speciale. La luce entrava dalle sue spalle: un finestrone a griglia tagliava una porzione di cielo color ambra. Il motivo di tale devastazione? La partita di Hockey del giorno prima. Da spettatore. A vedersi non si direbbe, Adler era un frequentatore assiduo di campi da gioco. Arrivava in anticipo, sempre e non badava a spese: il posto migliore doveva averlo lui. Non gli importava chi giocasse né il risultato. Le partite erano i laboratori migliori per studiare in diretta cose che altrimenti  avrebbe potuto vedere solo in caso di guerra. Le reazioni del corpo alle botte, le mazzate, i punti in cui un osso si frattura se sottoposto ad una determinata sollecitazione; le torsioni, gli stiramenti e tutti i generi di traumi che possono sopportare i tendini prima di spezzarsi in uno “schiock” da brividi dietro al collo; gli effetti delle secrezioni surrenali sulle prestazioni agonistiche degli individui; il potere della mente sul corpo, il fattore incitamento, la concentrazione dell’atleta e l’autoconvincimento. Nondimeno era interessato alle tattiche. Da quella massa amorfa che era una squadra in campo degli albori dello sport, ai moduli sempre più geometricamente perfetti. Rombi, triangoli, diagonali, parallele. Tattiche sempre più ingegnose, da quando un nugolo di 22 uomini si limitavano a colpire con la mazza tutto ciò che toccava terra, a volte anche la pallina. Trappole, metodi di imbrigliare il regolamento a proprio vantaggio, illusioni volte a concentrare l’attenzione dell’avversario  su un unico, bersaglio fasullo. Sempre più sopraffine e barocche. Capitava non di rado che la più becera delle idee di gioco annullasse la più raffinata. Uno schema basato sulla scaltrezza del singolo, sulla rocciosità della difesa, non su  un disegno di un architetto del gioco. E allora il castello di carte crollava. Quella “scuola” passava di moda, tutti sapevano azzerarne l’efficacia. Bisognava ripartire dal basso, rimettere in equilibrio le carte, per imbrigliare il grezzo, sopraffare il caos. L’ingegno umano si manifestava anche in persone dall’intelletto non propriamente sviluppato quali erano i coach e gli analisti di questo sport di gentiluomini: una forma di trial-and-error condita con pizzico di intuito. La fisica balistica: il moto e le traiettorie possibili di una palla/proiettile, sottoposta ad una spinta impulsiva iniziale. Calcolo combinatorio e statistica: quante volte un evento poteva ripetersi prima che un altro ne interrompesse la serie, la periodicità degli infortuni, la regolarità dei risultati di certi schemi in determinate condizioni. Matita e taccuino, Adler annotava le cose che per lui  erano le più significative. Schizzi, note, grafi. Tutto faceva brodo, l’importante era registrare. Il tempo per riesaminare l’avrebbe avuto nel tragitto del ritorno, sul calesse. La partita era tra i Mastiff e i Minotaurs di Blackwood, e le due tifoserie tutt’altro che amiche. I giocatori calcarono il campo e lui giù a scrivere. Che cosa? Beh, il modo in cui gli scarpini affondavano nel terreno zuppo d’acqua per il fortunale della sera prima, la maniera in cui la pallina rotolava su quel prato pronto a sfaldarsi, mondarsi. Era curioso, tra le tante cose, di calcolarne l’entropia. La partita fu poca roba. Perlopiù gioco maschio, falli evitabili, scusati parzialmente dalle difficoltà presentate dal terreno. Un amico di Adler giocava nei mastini. Enoch, centravanti rapido, abile con la mazza, valido sidekick al momento del bisogno. Adler disegnava con incredibile minuzia la spalla fuoriuscita del mediano dei Minotaurs, fermo a bordo campo per medicazioni di fortuna. In quell’istante Enoch fu il bersaglio predestinato per la ripicca del difensore. Un contrasto potenzialmente letale, anca, spalla sotto al mento, e il nostro finì KO. Ora, Enoch aveva un’abilità particolare: in determinate condizioni, la sua mente si staccava dal corpo e viaggiava. Dai resoconti, era difficile capire se i luoghi che visitava esistessero in un punto dell’universo, o se finiva semplicemente in uno dei racconti della libreria paterna. Il padre di Enoch era uno scrittore e collezionista di scritti “particolari”. Pare sia in possesso del manoscritto innominabile dell’arabo pazzo Alhazred. Un tipo eccentrico, tormentato dagli incubi, che annotava su un diario al risveglio e ne sviluppava racconti di dubbia qualità, ma di facile presa su un tipo di pubblico amante del brivido. Enoch è cresciuto in quegli incubi, se n’è alimentato, continuando la tradizione di famiglia che voleva il maschio di casa tormentato nel sonno e la moglie esasperata per le notti in bianco cui veniva costretta. Non era dato sapere se i viaggi extracorporei fossero reali o parto della fantasia. Fatto sta che Enoch tornava non di rado con qualche souvenir. Quella volta riferì di essersi ritrovato in una palude. Gas mefitici facevano ribollire l’acqua, stranamente ne trovava giovamento. La vegetazione intorno a lui era fitta e misteriosa. Gli parve di riconoscere alcune specie di piante risalenti al periodo Carbonifero. Si scoprì insolitamente alto, rugoso, marrone. La pelle era spessa e nodosa come una corteccia. Quasi fosse anche lui un vegetale. Ma non lo era, non del tutto. Gli arti superiori, prensili, con tre dita lunghe artigliate, pollice opponibile. Lungo l’addome, peduncoli vestigiali, simili a tentacoli mozzi. Non poteva vedere gli arti inferiori, sommersi dall’acqua putrida. Scoprì però una coppia d’ali. Erano corte e membranose. Permettevano solo brevi planate, almeno nell’atmosfera del pianeta. Spiccò il volo, fu rapido, sorvolò la palude, perse quota in direzione di un obelisco di granito nero. “Enorme!”, fu la prima cosa che pensò all’avvicinarsi. Non poté misurare il  raggio, né ipotizzarne l’altezza. Fece un giro completo intorno alla base. Ne constatò la forma dodecagonale. Vi entrò da un’apertura posta in alto, raggiungibile solo volando. Ve n’erano altri come lui, all’interno. Cioè, simili al suo corpo ospitante. Camminavano ciondolanti, goffi. Non si incrociavano, né parlavano. O forse sì, chi può sapere il metodo con cui quegli esseri comunicavano? Non certo Enoch, per così poco tempo membro della loro comunità. Poté finalmente discernere l’intera fisionomia di quei corpi. Dei coni bruni, poggiati su due gambe corte e robuste, con poche articolazioni, senza piedi. La testa somigliava ad una stella marina. Due bulbi neri dovevano essere gli occhi; in corrispondenza della bocca, due proboscidi flessibili scendevano lungo il corpo. Cercò di fissarli il meno possibile, ma non poteva sapere quanti modi di comunicare e di recepire avessero quei cosi, il panico stava per sovrastare il suo sistema di autocontrollo. Ancora un po’: aveva già vissuto situazioni simili – anche se non così vivide. Esplorò il luogo, imitò i gesti di un gruppo poco lontano. Stavano fermi davanti a un pilastro di pietra. Questo pilastro mostrava delle aperture, centinaia di migliaia, si estendevano per tutta la superficie. Ce n’erano altri, alti quanto tutta la torre. Ogni tot metri d’altezza, delle piattaforme mobili permettevano di accedere a ognuno di questi fori. Enoch osservò una delle creature stendere le braccia verso un foro. Un oggetto color ossidiana galleggiò tra le mani. La curiosità superò il terrore: Enoch replicò quei gesti. Ne uscì un solido nero, di dodici facce, dai riflessi screziati. Non riusciva a capire di quale materiale fosse fatto. Il dodecaedro si illuminò regolarmente lungo tutti i bordi. A un tratto sembrò come se volesse comunicare. Gli sembrò di recepire una quantità tale di informazioni da non riuscire a gestirla. Venne travolto come da un flusso cacofonico. Uno dei mostri entrò nella torre, volò deciso fino a una delle colonne, posò l’oggetto dodecaedrico in un anfratto ancora vuoto. Lasciò il posto ad un altro. Questi, si avvinghiò avido al solido color ossidiana e vi rimase attaccato a lungo. Intuì la natura di quel luogo. Era una biblioteca infinita, contenente il sapere dei mondi e delle galassie che quegli esseri accumulavano nei loro viaggi. Solo una cosa non poteva immaginare: gli alieni non ammettevano ignoranza. Uno di loro che non sapesse leggere sarebbe finito sbranato dai suoi simili. Non gli restò che fingere di saper interpretare i flussi di informazioni dei dodecaedri. Uscire dalla biblioteca? Per nulla al mondo. Enoch era rapito totalmente dalla curiosità. Si diresse verso  una colonna, estrasse un oggetto, vi passò sopra le mani. Splendette di una luce azzurrina, il solido sembrava diverso dagli altri. Una forza incommensurabile lo travolse, venne sbalzato all’indietro, giù dalla pedana sospesa. Stordito, ci mise un po’ per riordinare le idee. Non era sicuro di cosa avesse visto. Fu come la storia di una galassia intera sparata nel lobo frontale senza mediazione. Le sensazioni erano offuscate, si rimise in piedi con difficoltà. Intorno a lui, un nugolo di creature. Fu di nuovo della partita prima che i viaggiatori lo sbranassero, o qualunque altra cosa stessero per fargli. In realtà la partita era stata sospesa. All’ennesimo fallo subito dai Mastiff, il pubblico esplose in un fragore di protesta. Una sedia volò in campo. In men che non si dica il campo fu invaso. L’ordine del gioco, già minato dai disturbi insistenti del caos, venne stravolto. Dove prima c’erano schemi e linee precise su una lavagna verde/marrone, ora c’erano punti impazziti, una mandria senza pastore che scorrazzava per i pascoli. Adler si fece largo come poteva. Uno spintone, il tessuto della giacca che cede a uno strattone, la mandibola si sloga a una spallata. Non si fermò, nonostante tutto. Enoch non si era ancora ripreso del tutto, doveva portarlo in salvo. Si fece largo nella tempesta umana a suon di botti e fiammate e fumate. Un uso scenico della polvere pirica che tornava spesso utile. Raggiunto che fu il suo pal – non senza subire ancora un pestone, una gomitata nel costato e un colpo dolorosissimo al polso sinistro – si apprestarono ad uscire da quella situazione di follia collettiva. Un’esplosione assordante. Il punto di rottura che riporta alla quiete – momentanea.

«Adler!»

«Non sono stato io!»

Erano frastornati dalle rispettive percosse. La folla si immobilizzò. Un cratere bucava il campo in profondità. Una coppia di antenne, zampe filiformi, un carapace opalescente e due occhi neri e sferici da granchio. Il terrore si impadronì di tutti. Ci mettemmo in salvo: la procedura d’emergenza era “quando un afide atterra, correre il più lontano possibile dal punto di impatto”.

Bollettino medico – selfmade: trauma cranico, mandibola slogata, scafoide fratturato, due costole incrinate, caviglia contusa.

Ottone dinoccolò di fronte al suo padrone: emise un ticchettio che significava “nuova posta”. L’automa posò un prisma sulla scrivania. Adler si ricompose a fatica. Prese l’oggetto tra le mani, ne lisciò le superfici. Prese a toccarne tutti gli spigoli, i vertici, le facce. Le dita come tentacoli di un polipo che si muove sul fondale marino. Si fermò, lo osservò con attenzione. Era di legno di mogano, liscissimo, non laccato, aveva venature e nodi irregolari. Era un dodecaedro. Visuale epifanica. La sua istruzione eccezionale gli donava una visione sulle cose che pochi altri al mondo potevano vantare. Dal taglio regolare del legno, dalla precisione del lavoro, poteva intuire il grado di maestria dell’artigiano, di conseguenza la sua età, la fama, la ragione sociale e una miriade di altri dettagli. Dal colore del legno, dalla porosità, dalle venature, dai nodi invece poteva scoprire la storia del tronco, la vita dell’albero, il luogo in cui è stato abbattuto. Un poro minuscolo era una larva di bruco: aveva rosicchiato le foglie e per questo scelsero di abbattere proprio quell’albero. Dal particolare al generale: la grandezza, la rigogliosità, la vita della foresta da cui deriva il legno, il suolo, la storia geologica di quella zona e di quelle confinanti, e del mondo, la galassia e l’universo intero, se avesse avuto un tempo infinito per congetturare. Ricordò un avvenimento di tanti anni prima. Una lezione nella torre dei Magi. Il suo maestro lo chiamò davanti agli altri allievi. Doveva esaminare una roccia, una semplice roccia di fiume. Adler ne ricavò la costituzione, l’origine, l’età, la qualità e la quantità di minerali ceduti all’acqua e di quelli acquisiti. Risalì il corso del fiume, fino al ruscello di montagna, a un centinaio di chilometri di lontananza. La natura della catena montuosa, la conformazione, l’età. Adler si riteneva un sapiente, ed è indubbio che lo fosse tra i suoi pari età. Tra gli studenti c’era una competizione molto forte. Ma tra questi ed Adler, però, la competizione era ancora più forte.

«Sei uno sciocco, Nathan Adler!» proruppe il Maestro «chiunque con un livello di erudizione pari ai tuoi miseri anni di studio potrebbe elencare le cose e i fatti da te scoperti osservando la roccia che hai in mano. Il Sapiente scruta, seziona e all’occorrenza ricuce ciò di cui ha realmente bisogno in quel momento preciso».

Su alcune facce, segni regolari. Erano parole, ne riconosceva la paternità, non il significato. Non ancora.

Si rifugiò nella libreria. Una camera adiacente al suo studio, con un solo oblò al centro di una parete come fonte di luce. Il resto, completamente sommerso da valanghe di carta: pareti – anche intorno all’oblò – pavimento, anche il soffitto, con un sistema speciale di aggancio dei volumi. Fu immerso per ore nello studio. Appunti della giovinezza, testi di glottologia, saggi del maestro, studi di lingue morte e decrepite. Intanto, due siringhe di liquido blu erano state svuotate.

Tornò al mondo con un po’ più di magia e altrettanta stanchezza. Non trovò risposte, solo suggerimenti. La lingua che conteneva quei segni probabilmente non esisteva al di fuori della mente del maestro. Ma non poteva essere totalmente inventata. C’è sempre una base, o una moltitudine. Una rete di relazioni, di scambi concettuali, di mescolanze sintattiche, grammatiche e lessicali perfettamente coerenti che avvolgeva il mondo conosciuto. Non conosceva la lingua, ma poteva inventarne una quasi uguale.

Toccò gli spigoli nella successione corretta, il meccanismo che teneva unito il prisma cedette, il solido si arrese a una bidimensionalità virtuale. Conteneva un messaggio. Adler crollò esausto dopo averlo decodificato. Gli occhi di Mortimer scintillavano alla luce della lampada ad olio.

Licenza Creative Commons
1 – Dodecaedro by Flavio Del Prete is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at https://denigro.wordpress.com/2012/10/13/1-dodecaedro/.

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