2 – La Torre

Quartiere industriale. L’alba: i fumi venefici delle fabbriche toccavano la stratosfera, riempivano ogni spazio col loro espandersi, avvolgendo persino il titolo del capitolo rendendolo illeggibile. Le navi prendevano il largo nell’Atlantico, suonando la sirena una volta uscite dal porto.

Tra Asgard street e Via Azov, il Ragnarok Pub e, sotto di esso, il circolo degli eroi. “Un nome altisonante per un ritrovo di mercenari buoni a nulla”, era ciò che pensava Adler ogni volta che andava a ripescare il suo sidekick. Si facevano passare per uomini straordinari: “non c’è nulla di  straordinario nelle loro abilità. Un sedimento, un misero rimasuglio spurio del Sapere dei Saggi”. Il Ragnarok Pub: pianta rettangolare, mattoni rossi, ampie vetrate, decorazioni art nouveau, pensilina verde, fantasia floreale definita da contorni di ferro battuto, porta di bronzo maculata di acquamarina (effetto dell’ossidazione), cellette di vetro, un banalissimo OPEN accoglieva a modo suo i clienti. Un modo di sicuro inefficace. Interni di legno chiaro, tavoli rettangolari, divanetti rossi su due lati, ci si poteva consumare un pasto frugale: pane di segale, formaggi assortiti, specialità della casa: quaglia allo spiedo. Pitture sulle pareti: un frassino, tre ninfe tessono alle sue radici; due guerrieri in barca, uno di essi affronta un serpente marino; un eroe e un drago; un barbuto e il suo cavallo a otto zampe; lo stesso barbuto divorato da un lupo spaventoso. Bancone ad angolo retto, alle spalle un assortimento di liquori, birre e vini con le bandierine ad indicarne la provenienza, ed eventualmente gli stemmi araldici della famiglia cui appartenevano i terreni. Robert Bishop, il proprietario: un veterano di guerra, pluridecorato ed eroe dell’esercito Atlantideo, ottenne il congedo dopo che la sua gamba gli venne amputata: il suo plotone cadde in un’imboscata nella campagna di Thule, riuscì a cavarsela per miracolo mandando all’altro mondo quindici fucilieri di sua maestà. La lunga fuga nella natura selvaggia di quell’isola gli costò giorni di fame e stenti, la ferita si infettò, l’amputazione fu inevitabile. Era diventato un vecchio burbero, che ospitava nel seminterrato un manipolo di svitati. Nathan Adler entrò nel locale. Completo nero, camicia bianca leggermente intaccata dalla fuliggine, cravatta nera, scarpe nere un tempo lucide, occhiali da sole tondi calati quasi sulla punta del naso, lenti marroni.

«Adler! Come stai?», Rufus, addestratore di topi, allarmato per le condizioni dell’amico.
«Mi duole anche la barba».
«Ehi Adler, hai sentito dell’afide? Ehh, il mondo va a finire, io dico», disse il proprietario, catastrofico.
«Nah, solo Atlantide». L’investigatore chiese di Enoch. Robert rispose con un gesto del capo, a confermargli la presenza nel seminterrato segreto.
«Per la…! Rufus, vuoi piantarla di giocare con quelle pantegane!? Potrebbero entrare clienti!» «Tranquillo! I miei cucciolotti sono puliti, li ho lavati tutti uno a uno, non è vero piccolini?» e fece quell’orrendo suono alveolare gettando un pezzo di formaggio a uno dei topi. «A proposito, Adler, come sta Mortimer?»
«Bene, ti saluta» e si avviò nel retro. Udì il proprietario sbottare, un tonfo sul pavimento di legno e un tumulto di minuscole zampine precipitarsi fuori dal locale. Uno stanzino pieno di attrezzature consunte, polvere ammonticchiata negli angoli, carta da parati vecchia, scrostata in gran parte, pezzi residui sul parquet completamente da rifare. Mobili sfondati, mezzi rottamati, tarlati. Qualche topo che si separava dal branco di Rufus. Una vecchia pendola fuori uso. Carcassa di legno scuro, quadrante placcato oro, numeri romani, due figure inquietanti: uno sfondo selvatico appena abbozzato, figuravano germogli di vite intricati, radici ben visibili, un leone dalla criniera fiammeggiante, un agnello con sette corna e sette occhi, nell’arcata superiore: sette stelle, decorazione in stile Art Nouveau. Spostò le lancette sulle V e V. Tirò il peso centrale fino a toccare la base. Si udì un rumore di ruote e ingranaggi, il muro ruotò  su un asse e Adler fu dall’altra parte. Una scala a chiocciola con un corrimano intarsiato a pelle di serpente discendeva nelle profondità imperscrutabili: erano appena la superficie del mondo oscuro di grotte e gallerie scavate sotto la città. Archi e pilastri di mattoni di pietra. Un enorme locale grezzo, grigio, illuminato a candele, come le segrete di un castello medievale. Alcune porte massicce separavano l’antro dal resto del labirinto sotto la superficie urbana. Madame Riviere consultava i tarocchi. Una bellissima zingara. Capelli ricci, neri con riflessi rossi, carnagione chiara, benché abbronzata, dita sottili rimescolavano il mazzo di carte. Davanti a lei, un rettangolo di figure e nomi. Un puzzle combinatorio, qualunque fosse la disposizione degli elementi la Riviere ne estrapolava un significato. Estrasse una carta dal mazzo, la aggiunse a una fila già  quasi completa. Gettò un’occhiata ad Adler coi suoi occhi neri profondissimi, sorrideva. Adler accennò un saluto, fissò per un attimo il tavolo. Una carta: due uomini precipitavano da una torre, un fulmine ne squarciava il profilo. Non disse nulla, proseguì verso il suo amico. Aveva una vistosa fasciatura sulla testa, tipo turbante.
«Adler! Devo parlarti del sogno di ieri…».
«Si tratta di  questo» gli mostrò il Dodecaedro.
«Cos – rimase interdetto – come fai a… lascia perdere».
«Un messaggio dal mio vecchio maestro» Adler portò una sigaretta alla bocca, incendiò col pollice l’estremità, «è un avvertimento… e un addio».
«È morto?».
«Difficile a dirsi. Viaggi interdimensionali, esperienze di semivita, i suoi studi l’hanno portato spesso lontano da questo universo. D’altro canto, potrebbe essere morto e quindi aver compiuto l’ultimo viaggio. Devi aiutarmi. C’è un treno che parte tra un’ora: andremo a Auldale, dobbiamo scoprire cos’è successo».
«Perché è importante?»
«Ogni cosa che riguarda il maestro è importante e potenzialmente pericolosa… porta la pistola e mettiti gli stivali».

La stazione di Poseidon:  una rete di ferraglia e vetri trasparenti. Sorgeva in luogo del vecchio edificio neoclassico obliterato dai bombardamenti. Data la particolarità della pianta urbana, i trasporti pubblici della capitale erano così organizzati: traghetti alimentati a oricalco solcavano i canali; i canali erano collegati tra loro con un sistema di scambi che permettevano ai traghetti di spostarsi verso la periferia di Poseidon o verso il centro – l’accesso al nucleo della città era comunque proibito ai sensi della legge che rendeva la zona amministrativa invalicabile per chiunque tranne che per gli alti funzionari. Vi era però anche un sistema ferroviario uguale a quello delle nazioni straniere più civilizzate, con la differenza che locomotive e vagoni erano quanto di più avanzato nel mondo conosciuto in termini di tecnologia ferroviaria. Motori a turbine alimentate a oricalco portavano i motori a un numero di giri abnorme. La forma stessa delle rotaie e dei vagoni assicuravano la massima sicurezza al treno, che poteva mantenere così i 250 chilometri orari di crociera senza pericoli per i passeggeri. C’era solo un problema: il prezzo. E infatti Adler non si sarebbe mai potuto permettere un viaggio treno + carrozza – verso Auldale. Ma, Enoch era di famiglia benestante e Adler poteva sempre contare sul suo aiuto economico. Il prodigio tecnologico su rotaie li portò in breve tempo a Vos, fermarono un cocchiere, destinazione Auldale. Fecero tappa in un bar. Adler trovò quel posto più cupo e inospitale di come lo ricordava. Una ventina di catapecchie gettate alla rinfusa in riva a un lago, una nebbia leggera colmava gli spazi tra le case. Scorsero una locanda.

«Una birra al miele per me e un Blue-Poseidon per il mio amico» offrì Enoch.
«Due tizi di città a Auldale, dopo il casino della settimana scorsa. Se siete qui per lo stregone, arrivate tardi» un personaggio dall’alito dolciastro, vecchio e consumato dal duro lavoro, seduto a un tavolo. «Le sue facoltà deduttive mi sorprendono, ma siete in errore: non c’è mai stato uno stregone ad Auldale». Gli ospiti si zittirono, guardarono da sopra i boccali i due stranieri. «Chiamatelo come volete, ma chi abitava in quella torre non portava che guai, e quando prima ce n’erano tanti, era anche peggio»
«Che genere di guai, se posso permettermi?» domandò Enoch, ingenuamente.
«Urla, strani rumori, odori e ombre. L’altra notte, Abe qui ha visto un uomo accostarsi al recinto di casa sua, o quello che somigliava ad un uomo. Si accorse che era troppo grosso, enorme; si muoveva accovacciato, come se badasse a non fare rumore, sparì nel bosco prima che Abe potesse imbracciare il fucile e sparargli. Poi ci sono gli ululati, terrificanti da far gelare il sangue nelle vene. Una sera di due inverni fa, rincasavo dopo una giornata di lavoro. Vidi la cosa più spaventosa di tutta la mia vita: una vampa verdognola, sfavillante nella notte come un fuoco fatuo, e dentro la vampa una creatura, un cane in carne e ossa, gigantesco rispetto a tutte le razze che si conoscono, due occhi rossi come il fuoco. Prese a inseguirmi, ma fui fortunato, perché ero già nei pressi di casa. Serrai porte e finestre, la mattina seguente non uscii finché il sole non si sollevò completamente sopra i tetti. La sera stessa ci riunimmo con fiaccole e forconi fuori alla sua roccaforte in cima alla collina. Mandò i Golem ad accoglierci e credo che abbia anche maledetto il villaggio. La gente si ammala sempre più spesso, invecchia presto, troppo presto». Adler ascoltò in silenzio. Fissava il suo interlocutore negli occhi in un’espressione attentissima. Intanto, si era  seduto al tavolo con lui. Enoch l’aveva imitato.
«Vecchio mio, favorisca una noce» una traiettoria morbida, di facile lettura. Eppure, l’avventore si mosse con incredibile ritardo, la noce gli sfuggì, gli rimbalzò addosso, schizzò sotto i tavoli. «Dannazione!».
«Vede, io non metto in dubbio che lei possa aver visto tutte le creature e i fatti strani che mi ha elencato. Anzi, io vi credo e aggiungo che, con la giusta convinzione, qualsiasi fatto possa assumere connotati materiali ai vostri occhi, orecchie, nasi»
«Come sarebbe a dire?» si incuriosì il vecchio bracciante.
«È piuttosto semplice. Per cominciare, non ho potuto fare a meno di notare il pallore della sua pelle, come quello dei suoi compaesani qui. Strano, per una comunità di contadini, boscaioli, pescatori, tutti mestieri che vi espongono alla luce del sole per molte ore al giorno. Questo fatto sarebbe spiegabile se voi foste degli atlantidei di antica stirpe. Ma voi non siete di qui, almeno, non lo sono i vostri geni, né il vostro intercalare. A giudicare dall’uso totalmente errato delle fricative e delle vocali aperte, dai tratti somatici facilmente riconoscibili sui vostri volti, io direi che i vostri padri siano arrivati in questo luogo circa tre secoli fa, dalle isole di Nuran. Inoltre, non ho potuto fare a meno di notare il tono bluastro degli incisivi laterali e i canini nella sua cavità orale e in quella del barman. Non è una coincidenza e no, non è imputabile alla scarsa igiene dentale. Poi c’è la storia della noce.» il suo aiutante poté notare il silenzio e l’attenzione che tutti gli avventori del pub prestavano allibiti all’esposizione del suo amico. Nemmeno lui intuiva il punto di quel discorso.
«La noce, signore?» gli occhi sbarrati.
«La noce. Come questa» Adler gliene tirò un’altra.
«Dannazione!» ancora cilecca.
«Dalla maniera in cui impugna quel boccale, dalla lentezza del braccio (non degli occhi, che non perdono di vista la noce in volo nemmeno per un istante) nel rispondere agli stimoli, posso dedurne la paralisi incipiente del nervo radiale. Avete ragione nel credere di essere maledetti, perché è così. Ma non si tratta di stregoneria: è saturnismo.»
«Come…?»
«Ingerimento. Cercate una fonte d’acqua alternativa o fate come vi pare».
Gli occhi furono tutti su di loro. Il sospetto e la diffidenza erano più facili da accettare rispetto a una diagnosi lucida. “Due stregoni in visita al vecchio maestro? Perché no?”. Temerono la rappresaglia degli stolti, si lanciarono fuori dal locale, salirono su un cocchio.
«Una persona di grosse dimensioni… deve essere “l’esperimento”, alla fine ci è riuscito. Naturale!» rifletteva ad alta voce.
«Perdonami, ma la disquisizione sul saturnismo?»
«Oh, quello non glielo leva nessuno, ma gli esperimenti del maestro potevano sfuggire al suo controllo. Specialmente ora che è scomparso»

La vettura risaliva la strada. Era una via, si atrofizzava in un viottolo, moriva in un sentiero. Le sospensioni avevano un bel da fare su quel fondo incerto.
«Ci fermi qui, grazie»
«Ma, Adler, non vedo nessun edificio nei dintorni»
«Certo, proseguiremo per conto nostro, da qui»
«Perché!?»
«Amico mio, oggi sei recalcitrante alquanto. Ricordo i tempi dell’accademia come se non fosse passato un solo giorno. E ricordo perfettamente i trucchi e i sistemi per impedire l’ingresso a visitatori indesiderati, quali noi siamo in questa circostanza particolare. Per quale motivo ti avrei detto di indossare gli stivali, altrimenti?».
Il groviglio di piante selvatiche, ostili, rami spinosi come fil di ferro rallentavano l’avanzata degli avventurieri. Si arrampicarono su un declivio, cominciava a far buio.
«Sbrighiamoci, questa selva diventa molto più pericolosa dopo il tramonto». Si fermò un istante, volle capire dove si trovavano: «proseguiremo per quel sentiero: ci ritroveremo sotto le mura».
E così fu.
«Ogni fortezza ha un punto debole, io ne ricordo uno proprio nei paraggi, non ci resta che cercarlo» Adler incendiò una torcia che aveva preparato con un ramo, uno straccio e il suo preparato pirico.
Enoch scostò delle erbacce ostinate, richiamò l’attenzione del compagno: «qui c’è una grata».
«Precisamente!». Adler si avvicinò mimò il gesto di forzarla, tirandola a sé. Enoch recepì ed eseguì, senza successo.
«Mmm, l’ossido deve averne rinsaldato le giunture, qui», osservò Adler. Estrasse una boccetta dalla sua cintura porta-tutto, ne lasciò cadere metà del contenuto sulla grata. «Vuoi fare tre passi indietro, figliolo?». L’esplosione fece schizzare la rete di metallo giù dal pendio: «ecco la nostra breccia», disse e si infilò per primo in quel condotto maleodorante.
«Bleah, siamo nelle fogne?» Enoch si portò un fazzoletto al naso.
«Esattamente, venivo spesso qui giù, quando dovevo uscire senza che i maestri lo sapessero».
«Ma perché la stiamo usando ora?»
«Ci sono cose dell’Accademia che è meglio non vedere e altre da cui è meglio non essere visti».
«Capisco. La “fortezza” ha altre falle come questa?» domandò saggiamente Enoch.
«Non che io sappia».

Spinserò una botola e si ritrovarono nell’oscurità pressoché totale del giardino. Anche al buio, Enoch poté sorprendersi della vista della torre.
«È enorme! Com’è possibile che non si vedesse dalla strada?».
«I costruttori di questo luogo possedevano una conoscenza che si tramanda da tempi antichissimi e che supera quella di qualsiasi maestro di architettura conteporaneo» rispose Adler, esimendosi dal chiarire i dubbi del partner – come avrebbe potuto?. «Attento, ora. Ci troviamo nel giardino. È il luogo più pericoloso dell’accademia. Qui si tenevano le prove degli iniziati e scommetto che trappole ed ostacoli sono ancora attivi. Ci occorre più luce» Adler mosse la mano sulla fiamma della torcia, questa prese a brillare di una luce diversa, bianca e abbagliante. In quella nuova luminosità, Enoch vide occhi e zanne mostruose, lingue cadenti e ali da pipistrello.
«Non temere i gargoyle, sono solo statue – Enoch si rasserenò – finché la luna rimarrà nascosta dietro quelle nuvole» proseguì.
«Gulp!»
Un frassino si imponeva al centro di un aiuola circolare.
«Questo è l’albero dove il “caro” maestro rimase appeso per nove giorni e nove notti»
«E perché mai?»
«Un rituale: pare fosse necessario per accedere ai misteri delle rune e altre cose».

Passarono di fianco a trappole di ogni tipo conosciuto. Teste mostruose con frecce avvelenate in bocca, lance nascoste ai bordi di finte piastrelle, lance nascoste nelle pareti, lance nascoste in un punto non precisato del giardino, pronte a scattare a un nostro passo falso. Poi veleni di ogni genere, acidi, formiche divoratrici, vasche di piranha, golem di terracotta pronti a ridestarsi per difendere la dimora del maestro. E quei gargoyle: orribili statue di ardesia, zanne leonine, teste di rapaci giganteschi, corpi di chimere, ali di drago. Per quanto ancora le nubi avrebbero avviluppato la luna? Una cosa parve subito strana ad Enoch:
«Queste trappole… sono tutte attive. Se qualcuno è entrato per far del male al tuo maestro, dev’essere stato abile ad evitarle quanto lo sei stato tu»
«Uhm. Ottima osservazione».
Mossero gli ultimi passi come i cavalli degli scacchi, su caselle bianche e nere pronte a disgregarsi al primo passo falso. Due porte vermiglie costituivano l’ingresso. La torre sembrava toccasse il cielo: marmorea, si innalzava con svolazzi e sinuosità Rococo, donandole un aspetto leggero a dispetto della sua imponenza, come una colonna di vapore. La superficie era interrotta a intervalli regolari da finestre di vetro colorato. Un altro tranello sbarrava l’ingresso. Un incastro numerico di quattro righe per quattro colonne. Adler fu sorpreso di vederlo: non c’era ai tempi del suo apprendistato. Ma quella degli enigmi è una lingua e quello sulla porta ne faceva parte. Pur non avendolo mai visto, poteva interpretarne il significato col minimo sforzo. I numeri vennero riportati tutti allo 0, i chiavistelli scattarono e furono dentro.

«Si dice che la dimora di un uomo sia la proiezione della sua mente. Enoch, benvenuto nella mente di un uomo ossessionato».
Ciò che si trovò davanti era un ingresso normalissimo. Ampio, sgombro da qualsiasi mobile e decorazione. Un cubo con porticine su tre facce. Adler si inginocchiò su un punto vicino l’ingresso, notò una scalfitura sul pavimento.
«Un oggetto pesante è passato di qui. Chi lo ha trasportato è uscito da questo portone e ha evitato tutte le trappole del giardino. Davvero impressionante».
«Cosa potrebbe essere? Non lo so, qualcosa di grosso, in grado di trasportare qualcosa di altrettanto grosso… o qualcuno. Ma non saltiamo a conclusioni avventate». Si alzò e si infilò nella porta a sinistra, ratto.
Una stanza irregolare, pareti parallele sfasate di un metro circa, la porta per la camera adiacente era rialzata, raggiungibile da una piccola scalinata. Era un laboratorio chimico. Somigliava allo studio di Adler, ma ancora più disordinato. Riflessi distorti in alambicchi, provette, bunsen. Tubi attorcigliati nelle forme più assurde lasciavano passare gocce di liquidi indefinibili. Da un recipiente, un liquido sgocciolava… verso l’alto. La geometria inconcepibile di quella stanza provocò un attacco d’ansia al giovane  aiutante. Quella successiva era una sorta di biblioteca; quella dopo ancora una sala da pranzo; un museo; una stanza vuota; una camera oscura (Adler spiegò che la magia di impressionare immagini su una pellicola stava per diventare alla portata di tutti); un’altra stanza vuota; un soggiorno stile Impero; un arsenale; una stanza musicale (automi di diverse tipologie riproducevano armonie in scale sconosciute, capaci di scatenare reazioni nell’inconscio dell’ascoltatore). In ognuna di queste, Nathan Adler cercava un ordine nel caos degli strumenti e dei materiali, una chiave di lettura che potesse suggerirgli un’idea sugli eventi avvenuti in quel luogo. Enoch avvertiva una sensazione di vuoto opprimente, violenta, come se la vita fosse stata strappata a forza da quelle stanze. Si ritrovarono in un enorme spiazzo. Era così ampio che la luce misteriosa del detective non riusciva ad empirlo nemmeno a metà. Gli arnesi e le altre cose illuminate facevano pensare a una fonderia. Metallo che luccicava come oro, cloruro di ammonio, un mantice. Si persero.
«La disposizione delle camere è cambiata. Pensavo di poterne capire l’ordine, ma questo posto mi lascia interdetto».
Intanto che Enoch rifletteva sull’architettura interna di quella torre – non c’erano né scale, né piani, solo cellette, come in un alveare – Adler si infilò due dita nelle narici, le estrasse e sollevò il naso verso l’alto, come a voler intercettare un aroma.
«Di là!» indicò un’uscita che Enoch non aveva ancora notato. Pensò quanto fosse incredibile l’orientamento del suo amico: dove non poteva la memoria, la logica, l’intuito, poteva il naso.
Perse il conto delle camere visitate e la percezione della posizione. Scendeva, risaliva, tornava indietro, ora lungo i bordi, ora al centro dell’enorme obelisco. Avrebbe ricordato per sempre la strane sensazioni trasmessegli da quel luogo. Le attribuiva alla geometria assurda di quelle stanze. Sentiva la percezione di sé come individuo sempre  più labile. Il suo Io staccato dal corpo, connesso a personalità celate in quegli angoli incatalogabili. Bisbigli. Sentiva parlare, fili di voci, sottili, da lontanissimo, si incrociavano e lo avvolgevano come in una tela di ragno. La mente vacillò al pensiero di quali conoscenze sarebbero giunte all’uomo in grado di interpretare quelle parole. A chi appartenevano? Da dove arrivavano? Enoch formulò ipotesi, tutte legate ai racconti orrorifici di suo padre e ai suoi incubi. Ma giunsero a destinazione e l’attenzione deviò altrove.

L’osservatorio. Enoch poté ammirare la magnificenza di quella camera. Occupava per intero l’ultimo piano della torre, il soffitto era a cupola, con una spaccatura nel semicerchio da cui fuoriusciva un telescopio enorme, il più grande che avesse mai visto. Il soffitto era decorato come un lembo di cielo notturno, con migliaia di stelle d’oro a cinque punte. Lo stupore lo immobilizzò. Enoch si soffermò su alcuni oggetti dalle forme misteriose e bellissime. Un astrolabio d’oro, un planetario, una sfera armiliare, un sestante, un triquetrum. Cristalli, illuminati di un viola spento. Adler spiegò in un’altra occasione gli studi del maestro sulla coincidenza del colore di quei cristalli ritrovati in alcuni meteoriti con le fasi lunari. Studio ancora incompleto. Ma l’attenzione si spostò su altri oggetti. Vide un lettino, strumenti costrittivi, cinghie, legacci, collari, catene. Un dispositivo astruso fatto di sonde, conduttori, rami di un albero metallico. Il dispositivo terminava oltre il soffitto. Al di là di un’apertura scorrevole vi era un parafulmine. Dovevano essere attrezzature portate di recente nell’osservatorio. Il modo in cui tutto strideva con la meravigliosità di quel tempio astrale non lasciava dubbi. Poi un lamento. Come un respiro affannoso, da un angolo buio della sala. Adler si mosse in modo da illuminare il punto d’origine di quel suono. Un volto spaventoso. Fronte sporgente ed enorme. Cicatrici. Fu tutto ciò che vide, prima che due mani lo stringessero in una presa poderosa e lo scaraventassero dall’altro lato dello studio. Enoch, terrorizzato, estrasse la pistola. Ma, nel buio totale, non aveva più bersagli da colpire. La Cosa vedeva benissimo, invece. Enoch si sentì sollevare molto in alto. La pistola gli cadde, mentre il gigante lo trasportava sopra la sua testa. Pensò che era giunta la fine.
«Fermati! Siamo amici del maestro!»
La creatura si arrestò.
«Deve averti parlato di noi, dei suoi allievi!»
«Padre… Padre detto me voi. Studenti, figli, magia. Scuola chiusa, chiesa cattiva, magi bruciati, pochi salvi. Tu?»
«Sono Nathan Adler. Ero un allievo del maestro Rasis quando ci condannarono»
«Io Frank. Io figlio»
«Tu! Gran figlio di… mettimi giù, maledetto!» gridò Enoch ancora costretto nella morsa di quelle mani enormi.

Frankie accese cortesemente tutte le lampade dell’osservatorio. Adler spiegò il motivo della sua visita:
«Non mi sono annunciato perché non sapevo fosse rimasto qualcuno»
«hmmmm», un lungo gemito in risposta, gli occhi fissi sui due ospiti, sguardo spento.
«Così… il maestro ci è riuscito. Da quand’è che sei… vivo?»
«No ricordare, Frank vivo tanti anni sembrare. Io paura altri»
«Paura degli altri? Gli altri di te o tu degli altri?» chiese un Enoch mai più confuso di così.
«Domande difficili, io no…»
«Lascia stare, perdonaci – Adler sapeva bene cosa stava accadendo, o almeno quella era l’impressione che dava sempre – sono venuto all’accademia per questo» mostrò al mostro il dodecaedro spianato.
«S’èèè?!»
«Un messaggio, dal ma… da tuo padre. Lui è morto, non è così?»
Enoch parve sorpreso (e più confuso ancora). Come poteva Adler essere giunto ad una simile conclusione? Nulla nell’accademia sembrava condurre a quella soluzione.
Frank non rispose. Una lacrima gli solcò la guancia incartapecorita. Il detective gli si avvicinò: «Persino i condotti lacrimali, emozioni forti provocano il pianto. Frank, sei un prodigio, senza dubbio il figlio prediletto di Rasis. Non struggerti più, aiutami a capire»
«Padre lavoro, sempre. Padre inquieto notte»
«Quando?»
«Due»
«Due notti fa… va avanti, per favore»
«Padre qui, camera stelle, io fuori, caccia. Poi mostri ferro, golem, tipo, becco, corna, occhi rossi, fulmini. Padre morto, io arrabbiato, io corro, io dormo».
Adler si fermò un istante a pensare. Le dita congiunte, le mani davanti alla bocca, occhi luminosi. Poi disse:
«Mostri»
«hmmmm»
«di metallo»
«hmmmmmm»
«con becchi, corna, occhi rossi, congegni sofisticati in grado di sparare enormi quantità di energia. Quei mostri, somigliano a questo?» e con uno scatto si voltò, indicò una creatura che incombeva su di loro a testa in giù.
Furono tutti sorpresi, compreso l’essere in attesa, la cui reazione rivelò una sensibilità piuttosto umana. Questo si lasciò cadere a peso morto.
«Pessima valutazione del terreno di gioco, vecchio mio» con un tocco leggerissimo del suo bastone sul cranio appuntito, Adler fece sprofondare quell’essere al piano sottostante.
«Enoch, non farti suggestionare come tuo solito, abbiamo a che fare con la razza di esseri senza cervello più comune che due paladini della nostra risma possa affrontare: sicari. Ti suggerisco di recuperare la tua arma e…» incredibilmente veloce e silenzioso, un altro sicario beccuto colse Adler di sorpresa. Finirono entrambi nella voragine aperta dal primo assassino. In breve tempo, l’osservatorio brulicava di quei tizi. Frank emise un ruggito che fece vibrare gli oggetti sui tavoli. Gli intrusi lo bersagliarono di scariche elettriche, cosa che diede l’opportunità ad Enoch di prendere la mira e sparare in tutta tranquillità. Centrò il bulbo oculare di uno, a un altro sparò in un punto debole scovato all’altezza del collo. Eccolo il campione di tiro a segno di Graychester. Il bestione gridava, e si dimenava. Emanava un olezzo di carne carbonizzata, ma restava vigile. Anzi, scattò in avanti, come se quelle scosse elettriche l’avessero caricato di un’energia nuova. La stazza enorme non rallentava i movimenti di Frank. Anzi, la sua velocità era prodigiosa. Con un Balzo fu dall’altra parte dell’osservatorio, afferrò la testa di un intruso e la spatasciò contro una parete. I flussi elettrici non sortivano effetto, gli uomini di latta cambiarono strategia: delle lame scattarono dai bracciali e dai gambali. Kit da arrampicata. Si lanciarono contro Frankie. Due di loro volarono fuori dalla torre, prima che un terzo, un quarto e via via gli altri riuscissero ad arpionarglisi addosso.
Nel mentre, in un altro punto della torre, Adler teneva testa a tre assassini. Nella frenesia dello scontro, riusciva a mantenere la calma necessaria a formulare domande e ipotesi sulle motivazioni degli antagonisti.
«Tornate sulla scena del delitto, ovviamente, il lavoro qui non è ancora finito: cancellate le prove?» schivò un gancio condito di lama diretto al volto «già, è ovvio. La domanda è: chi vi manda?» Si accorse che la procedura di caricamento di un “cannone elettrico” era terminata e che il proprietario era pronto a sparare. Rotolò per terra, mentre il flusso devastava il locale. Pescò della polvere infiammabile e la gettò sull’elmo del nemico. Fu tanto rapido, da sembrare il dio pagano della guerra in persona che evoca fuochi e fiamme sul campo di battaglia.
«Siete abili, ma bolsi. È come se recitaste una sceneggiatura scritta per voi da qualcun altro. Chi vi ha istruiti? Parlate!».
«STA’ ZITTO!!» il terzo di tre si scagliò con tutto il suo peso su Adler. Schivata laterale, sgambetto col bastone, colpo di pomello sull’elmo. Parò il calcio di un altro uomo di latta e con una mossa di Aikido lo sottomise a una presa ben più dura della sua armatura.
«”Sta’”, interessante. L’apocope è un troncamento di un fono o una sillaba alla fine di una parola. In questo caso, della “i” nella seconda persona dell’imperativo presente del verbo stare. Questo uso sprezzante e malevolo dei verbi mi dice molte cose sulla vostra personalità, sul vostro grado di istruzione, sulla vostra provenienza. Tu in particolare sei di Spolton, borgo di estrattori di oricalco. Lo slang che usi per richiamare i pattern di attacco del team mi dice che facevi parte dei Guardiani, un gruppo di vigilantes che facevano il bello e il cattivo tempo in quello e in altri borghi dimenticati da Dio, con atti di violenza, ricatti, e ingiustizie verso i poveri minatori che si guadagnavano il pane onestamente. Ho letto di voi e dell’astuto paladino che vi ha messi tutti nel sacco. Come ti sia salvato dalla forca, caro mio, è un mistero. Qualcuno deve averti accolto sotto la sua ala demoniaca, addestrato per i suoi scopi, fornito attrezzature di avanguardia. Di certo, siete uomini poco avvezzi alla creazione, siete piuttosto dei “cancellatori”, azzerate persone, indizi, foni, ignorando il fatto che queste cancellazioni lasciano calchi ben evidenti nella “materia”, la cui natura mi appare chiara in una maniera che non potete nemmeno immaginare…» il flusso di deduzioni venne interrotto. Uno dei due tizi in scacco si liberò sfilandosi un guanto. L’attenzione di Adler si soffermò su un simbolo forgiato nella parte inferiore: un serpente, con tantissime spire, e denti spaventosi «ma forse il vostro mandante può… e allora perché rispedirvi in missione?». Il dubbio lo paralizzò nel mezzo del combattimento. Si disinteressò degli avversari. Questi ne approfittarono per caricare tutti e tre insieme il cannone elettrico. Adler se ne stava lì, lo sguardo fisso nel vuoto, la mano al mento, il cervello sovraccarico di ipotesi. La fine stupida del grande investigatore atlantideo è così descritta in queste pagine.
Invece no. Proruppe Frankie da una parete. Spazzò via i tre sicari. Si scrollò di dosso quelli che se ne stavano ancora appesi alla sua schiena. Poco dopo apparve dalla stessa galleria anche Enoch.
«Adler, dobbiamo andare! La torre è in fiamme»
«So chi è stato, so cos’è successo; sul motivo e altri dettagli dovrò riflettere». Si scrollò e ritornò al presente. «Non c’è via di scampo di qui» guardò fuori da una finestra: la luna risplendeva, i  gargoyle divoravano un assassino nel cortile. «Verso l’alto!».
Attraversarono stanze, non tutte invase dal fuoco, risalirono il dedalo fino ad una terrazza di metallo che dava sul lato opposto della collina. Adler estrasse dalla camera che affacciava sulla terrazza due enormi uccelli meccanici: ali membranose, cucite su un teleaio di tubi cavi, a loro volta incastrate in un corpo complesso di supporti e reti di metallo leggerissimo.
«Non dirmelo»
«Te lo dirò atterrati ad Auldale, allora. Intanto: questa valvola apre il serbatoio, così lo chiude»
«Sei PAZZO! Siamo in tre, questo bestione pesa più di un quintale, e tu vuoi volare su questi trabiccoli»
«Questi trabiccoli sono i Nibbi e sono la mia invenzione più riuscita. Per quanto riguarda il peso, non devi preoccuparti: la cavorite non ha peso, una quantità maggiore potrebbe far volare l’intera torre, sfortunatamente è una materia rarissima ed estremamente volatile: fatene un buon uso!» nel finire la frase, entrò completamente in quello scheletro d’uccello, si lanciò dalla terrazza, girò una ghiera, e spiccò il volo: Enoch poté vederlo allontanarsi rapidissimo, mentre il Nibbio sbatteva le ali meccanicamente.
«Tieniti forte, se cadi non ti vengo a riprendere»
«Casa» il gigante pianse per la seconda volta quella sera.
Svanirono nella luce della grande luna.

Licenza Creative Commons
2 – La Torre by Flavio Del Prete is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at https://denigro.wordpress.com/2012/11/22/2-la-torre/.

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