Su Out of Touch in the Wild, dei Dutch Uncles

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Dal manuale indie-pop anni ’10: “una canzone è una composizione breve, complessa, con continui cambi di ritmo, poliritmie, progressioni armoniche ardite, e una forte propensione per la melodia”. Dimenticatevi il classico 4/4. Questi ragazzetti smontano e rimontano le sezioni ritmiche manco fossero i nipotini dei King Crimson o degli Yes. Suonano un pop matematico tutto preziosismi e virtuosità tecniche, che pure sa coinvolgere come fosse pop da classifica. Tra quelli residenti a Manchester, i Dutch Uncles sono quelli che finora hanno riscosso la minore attenzione mediatica, nonostante la pubblicazione di due ottimi dischi. Il quintetto ha pensato bene di apportare qualche modifica alla loro formula, sicché Out of Touch in the Wild rappresenta al tempo stesso una forma di rottura e di continuità coi lavori precedenti.

Il sound indie-collegiale-scombinato di Cadenza si è dissolto. Il centro di gravità degli arrangiamenti, prima occupato da chitarre e tastiera, ora è di xilofoni, archi e sintetizzatori. Limate certe ruvidità, ora i Dutch Uncles fanno un pop astratto dal sound glassy e freddo. L’anima progressiva rimane, ma le coordinate si spostano in area art-pop ’80s made in UK, pur evitando accuratamente il mood più claustrofobico. Bastino tre campioni: Fester è un pezzo pop-ballabile, sì, ma suona come un chamber pop minimalista, con l’influenza più che evidente di Steve Reich. Threads potrebbero averla scritta i King Crimson di Discipline. Sorta di gamelan-pop, tutto intrecci ritmici e puntinismi melodici, dai quali emergono una chitarra frippiana e il falsetto di Duncan Wallis. In Brio c’è persino un motorik che sfasa, salta una battuta ogni tot per riprenderla dopo, per poi trasformarsi in qualcosa d’altro e così via. Un Hallogallo suonato a modo loro: fluido, radioso e mutevole.

Ma a pensarci bene è tutto l’album a scorrere come un flow unico dall’inizio alla fine. I pezzi sono incastrati con tanta maestria nella scaletta che si corre il rischio di passarvi sopra con superficialità. E questo è il suo unico difetto: il risultato d’insieme è gradevole ed elegante, le canzoni sono tutte impeccabili, ma mancano di incisività. Quasi che nelle intenzioni dei Dutch Uncles l’omogeneità complessiva sia più importante della rilevanza delle singole parti. Il risultato è un bell’album, al quale manca il mordente per diventare un pezzo da novanta.

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