Le due Napoli

Quella delle due Napoli è una facezia che usavo raccontare quando le domande sulle mie origini si facevano inopportune.

– Di dove sei?

– Napoli.

– Ma di Napoli-Napoli, o di Napoli? – e nel pronunciare questa parola l’interlocutore oscilla sempre a mo’ di pendolo.

– Napoli, Napoli-Napoli, ce n’è un’altra che non conosco?

Come se a Napoli non dovesse starci nessuno: stanno tutti fuori. O come se esistessero due versioni della città: una è Napoli, caotica, imprevedibile, fatta di case ammonticchiate le une sulle altre, di munacielli e belle mbriane, dove le genti si accalcano nei bassi, gridano sguaiate ai balconi, si mescolano inesorabilmente nei rioni; l’altra è Napoli-Napoli, con gli edifici barocchi, le fortezze sul mare e le piazze larghe; ordinata, razionale, ma deserta: una città proibita.

Un’ipotesi divertente e probabilmente vera. La rivelazione arrivò, non senza turbamento, una sera di ottobre di due anni fa. Il tempo scorreva lento più del solito e la pioggia mi costringeva in casa, sicché la lettura rappresentava l’unica evasione dalla noia. Talvolta nelle librerie ci si perde. Non che nella mia casa lo spazio riservato ai libri sia così ampio, ma mi tornano alla mente le parole del filosofo persiano Al-Mazi: “Non ci perdiamo quando ricordiamo la via che conduce fuori dal labirinto; ma se dimentichiamo un dettaglio, allora noi stessi cambiamo forma alle pareti, e l’universo intorno si adatta alle anse e ai nuovi angoli. È allora che ci perdiamo e nessun filo di Arianna può aiutarci”. Le porte del labirinto possono essere ovunque e qualsiasi cosa: una torre infinita, una parete, ma anche una finestra, un arco, un armadio, un buco della serratura, ecc. E le chiavi? Una parola, un motivetto fischiettato, una danza, uno stato d’animo… Potenzialmente qualsiasi segno può condurre in mondi lontanissimi senza certezza di ritorno. Nel mio caso, la chiave fu la noia, la porta un vecchio tomo appartenuto a mio nonno, pervenutomi per una serie di fortunate coincidenze. Il titolo quasi del tutto cancellato recitava “… e miti di Neapolis”, le pagine erano quasi completamente divorate dai parassiti o obliterate dall’umidità. Gli unici capitoli leggibili riguardavano la storia di due città, o di una sola città, ma divisa e unità a un tempo. I miti sono pieni di città gemelle che si riuniscono in rapporto commensale prima di fondersi per sempre, o di città che si separano per mitosi e vivono distinte per sempre. Questa è la storia delle due Napoli come riportata dall’autore Alfonso Zeni, di cui non si hanno notizie biografiche, né bibliografiche.

Mi limiterò a trascrivere quanto la consunzione dei fogli mi permise di leggere:

“… le fonti riportano è che la città di Napoli è sempre stata doppia e divisa… una città vecchia e una nuova, che finiscono per riunirsi in una sola. Vecchie credenze e dottrina cattolica che si dividono la fede dei cittadini. […] In nessun’altra città osserviamo simili dicotomie e tante contraddizioni.

…Publio Virgilio Marone volle fare a Napoli dono di unicità: sdoppiandola.”

A questo punto, il lettore ricorderà storia del vate a comando di un esercito di demoni operosi scavare gallerie sotterranee che collegavano antri grandi come palazzi. In uno di questi, il mago nascose una copia in miniatura di Napoli, protetta da una campana di vetro. Finché sarebbe esistito quel modello, nessuna calamità avrebbe colpito la città. La storia riportata nel libro di Zeni, non è che una versione alternativa:

“Il mito vuole che Virgilio abbia evocato una schiera di demoni e che in una sola notte abbia scavato un intrico sterminato di gallerie e camere sotterranee. Ogni strada si biforcava in due vie secondarie, che, a loro volta, si sdoppiavano in capillari man mano sempre più sottili. Curiosamente, la vicenda ricorda molto quella del tempio di Re Salomone, edificato anch’esso in una sola notte da un nugolo di demoni”. Non tedierò il lettore riportando la descrizione minuziosa sulla forma e le proporzioni (comunque titaniche) del labirinto – pagine che persino i parassiti della carta hanno disdegnato. Sappia che il dedalo nascondeva al suo centro la più importante delle camere: era essa una cattedrale scavata nel tufo, la cui entrata era riconoscibile per la presenza di due imponenti colonne.

Le illustrazioni si giustappongono al testo e riportano le incisioni delle Carceri immaginarie di Giovanni Battista Piranesi. Dedali sotterranei, o prigioni nascoste nella coscienza di giudici ieratici, dove le anime vengono condannate ad errare in eterno. Il sapiente uso delle ombre contribuiva a creare un senso di angoscia e stupore nel lettore, le stesse sensazioni che un visitatore avrebbe provato nel visitare il labirinto scavato sotto la città di Napoli illuminato solo da una flebile lanterna.

“Erano, queste due colonne, la perfetta riproduzione di Boaz e Yakin, un tempo poste davanti al vestibolo del tempio di Re Salomone: bronzee, alte 23 cubiti e larghe 12, avevano forma di giglio ed erano decorate con dei reticolati attorno ai quali si avvolgevano due file di melagrane duecento in fila per ogni capitello. Il pavimento era una scacchiera di sessantaquattro piastrelle bianche e nere alternate. In questa enorme sala, Virgilio nascose un nuovo ingresso. Il lettore deve sapere che già la cattedrale era stata scavata in profondità nel sottosuolo. Un portale ciclopico, illuminato da fiamme imperiture ai lati, sboccava su una scala la cui fine era imperscrutabile.

Percorrere quel sentiero non era impresa alla portata di un essere mortale; si apriva al suo epilogo la Napoli sotterranea e inviolabile.

Era questa una riproduzione perfezionata della Napoli apicale. Incorruttibile, permaneva nelle profondità della Terra, baciata da un Sole intestino, bagnata da un mediterraneo viscerale.

Solo alla manovalanza demoniaca era possibile varcare le soglie tra le due città, con una mansione gravosa quanto sublime: ricostruire, rimodellare: 1. la Napoli in superficie a immagine di quella sotterranea; 2. la Napoli sotterranea sul calco magnificato di quella superficiale. File di cornuti figuri vagamente umanoidi percorrevano velocissimi e invisibili i sentieri del labirinto, restaurando ora quella parete, ora quella statua corrotta dalle intemperie e dalla noncuranza. Un lavoro di copia e riscrittura alla luce del sole, in presenza dei cittadini ignari: il tutto avveniva nell’istante in cui nessuna persona osservava quel determinato luogo. Così avveniva l’opposto, sicché la Napoli interna cresceva e inglobava nuove zone, donando forma e luce all’oblio circostante. La magia consisteva nell’equilibrio formatosi tra le due città gemelle: quella creata da Virgilio esisteva alimentandosi della vitalità dell’altra; l’altra resisteva opponendosi all’entropia cui l’universo è comunque condannato.”

I fogli che seguono sono ridotti ad un ammasso indecifrabile di segni.

Le ricerche che ho effettuato riguardo l’autore non hanno soddisfatto la mia curiosità: quali erano le fonti di Alfonso Zeni? Come mai non esistono altre copie di questo testo, né altre testimonianze dell’esistenza dell’autore?

Frustrati i miei tentativi di sondare la rete in cerca di risposte, ho passato gli ultimi mesi consultando cataloghi di innumerevoli biblioteche del sud Italia, interrogando archeologi, esperti di tradizioni antiche, cacciatori di leggende, ottenendo sempre risposte insoddisfacenti. Sconfortato, ho cominciato a pensare che Alfonso Zeni non sia mai esistito, che la storia delle due Napoli sia un falso, che “… e miti di Neapolis” sia un gioco stilistico di uno scrittore falsario per vocazione (e perché escludere l’ipotesi che questo trickster non fosse altri che mio avo?). Ma c’è un’altra ipotesi da prendere in considerazione: Alfonso Zeni, persona realmente esistita, ma di cui si sono perse le testimonianze – o di cui sono state cancellate volutamente le tracce – scomparve proprio durante la ricerca di ulteriori fonti che rafforzassero l’autenticità storica della sua favola. Nessuno sa a quale punto un ossessione può spingerci, quanto in profondità si può scendere nel maelstrom. Non è da escludere che l’autore si sia inoltrato nei cunicoli alla ricerca della “seconda Napoli” senza più ritrovare l’uscita, confondendo il fantastico con il reale.

Penso a ciò e un brivido risale la mia schiena: il lettore che troverà questo scritto crederà alla sua autenticità? Penserà che io esista o che sia solo un’invenzione letteraria? Convinto di dover dimostrare la mia esistenza mi sono spinto dove mai avrei creduto. Perso nella fitta selva di Cuma, cerco un varco nella roccia illuminato solo dalla luna piena e una torcia elettrica. Sono a caccia di un mito, cercando testimonianze circa l’esistenza di un uomo, che a sua volta si è perso tra le pieghe della storia, cercando le prove dell’esistenza di un mito. Dovessi venire a capo dell’intero enigma, troverei le prove che tutti – me compreso – hanno sempre cercato. Immagino me stesso consigliato da Alfonso Zeni – come egli a sua volta, novello Dante Alighieri, si inoltrava nell’ignoto scortato da Virgilio – domandandomi se il sogno di un sogno possa divenire realtà.

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