1.

«L’hai sentito? È il suono di un guscio che si rompe».

La sala era a malapena illuminata per guardarci in faccia, io, Roderick di Walfort e il mio maestro Dagobert di Rohn, inquisitori del Tempio. Mi insegnò che ogni uomo ha un punto di rottura, che bisognava solo capire come raggiungerlo, che oltre quello ogni resistenza alla nostra “arte” sarebbe stata impossibile.

Scendemmo le scale consunte dal tempo e dalla salsedine, bucando l’oscurità con le torce. Dei gabbiani avevano fatto il nido su una trave esposta alle intemperie: il muro in cui si inseriva era franato nell’oceano.  Le onde si infrangevano sulla costa e il loro rumore ci giungeva da oltre i mattoni e i muri diroccati. Da troppo tempo la rocca di Lamoungie si aggrappava alla parete della scogliera a picco sul mare. Si avvicinava anche per lei il momento dell’oblio.

Giungemmo al piano più basso della prigione, davanti alla cella che custodiva il nostro ospite. Stava rannicchiato contro una parete, tremante, supplicante. Portava i segni dell’interrogatorio, le firme dell’opera del mio maestro lasciate sulle dita, sulla schiena, sulle scapole disarticolate. Nel pavimento si apriva una voragine, dalla quale si poteva vedere il mare e gli scogli. Un’ombra calò rapida davanti ai nostri occhi fendendo l’aria. Lo fece di nuovo. Di nuovo. Ancora. Era il “pendolo”, lo strumento che aveva reso famosa per secoli quella prigione: una falce appesa al soffitto che cambiava orientamento ogni secondo, costringendo l’ospite a muoversi di continuo sull’orlo del baratro.

Il maestro sollevò una leva all’esterno della camera e il marchingegno cessò il suo moto.

«Il guscio è aperto. Il contenuto è pronto per essere succhiato. È il tuo turno, Roderick, non deludermi».

Ciò che intendeva dirmi è che la sua parte era terminata e lasciava a me la scena. È difficile descrivere il mio ruolo. Diciamo che sfruttavo il mio dono. Non che fosse un gioco da ragazzi. Ci vollero anni di studio e perfezionamento, ma posso dire senza vantarmi che arrivai a un livello di padronanza tale da meritarmi la stima dei miei insegnanti, cosa che mi permise di diventare il più giovane inquisitore diplomatosi all’accademia di Thoras.

Non trovai alcuna resistenza, sicché non fu complicato entrare in sintonia coi pensieri del prigioniero. Non conservo ricordi vividi di ciò che accade quando entro nella mente di qualcuno. Solo schegge, frammenti di specchi, ombre di sogni. Di quella volta rammento alcuni dettagli: un labirinto di siepi, un giardino con al centro uno stagno dove le ninfee formavano uno schema, un globo di bronzo con dei numeri in rilievo, una sfinge mi sottopose un rompicapo, probabilmente sul disegno delle ninfee nello stagno e sul globo di bronzo, e, infine, il riflesso dell’uomo di cui stavo scandagliando la mente. Dialogammo, non ricordo i dettagli, ma quando mi svegliai vidi il maestro stringere un foglio di carta con sopra segnato un nome e un indirizzo: Saul, Dorotea.

Lasciammo disposizione di trasferire il prigioniero a Thoras, dove avrebbe subito il rito della purificazione, e partimmo la sera stessa.

Dorotea distava due giornate di viaggio nel deserto. Ci eravamo accampati attorno a un fuoco, i cammelli dormivano accanto alle tende e il maestro rileggeva gli appunti della missione.

Prima udimmo i passi strisciati sulle dune, poi il verso di un cammello, infine scorgemmo la figura del messaggero nella penombra. Ci porse il dispaccio e si dileguò nell’oscurità dalla quale era arrivato.

“All’attenzione del mastro inquisitore Dagobert di Rohn.

Il prigioniero custodito nella rocca di Lamoungie è stato rapito da un uomo vestito di nero. È apparso dal nulla e si muoveva come uno spettro. Due guardie sono morte nel tentativo di fermarlo.

[…]”

«Che dice?» domandai.

«Che abbiamo un segugio sulle nostre tracce»

«Pensavo fossimo noi i segugi»

«Panta rei» lessi sul suo volto l’espressione più enigmatica che abbia mai visto in vita mia. Quella notte non chiuse occhio.

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