Pivio & Aldo De Scalzi – L’Ispettore Coliandro Vol. III “Il Ritorno”

 

Gli anni 70 son stati forse il periodo più fertile per la musica italiana. Le onde provenienti dall’estero – prevalentemente da Albione – vennero captate e rielaborate così bene che diedero vita a una pletora di progetti musicali più o meno interessanti, più o meno belli, insomma: più o meno progressive. Ma questo lo sanno anche le pietre.

Focalizziamoci su un punto preciso, andiamo a Genova. Ci ritroviamo nel pieno del fermento culturale che qualcuno chiamerà Scuola Genovese, tanti sono i nomi influenti che ne fanno parte. Tra questi, quello della famiglia De Scalzi era noto già da un po’. Un certo Vittorio, per esempio, fu il fondatore dei New Trolls e della Grog, etichetta indipendente nata con l’intento di produrre dischi progressive. Ma è di un altro De Scalzi che ci interessa parlare: Aldo, il fratello minore. Aldo De Scalzi, assieme a tre amici di infanzia, diede vita a uno dei progetti musicali più strabilianti dei suoi tempi. Un jazz rock che si rifaceva alle atmosfere pigre e teporose dei primi Matching Mole, ai tempi dispari zappiani e al pop surrealista di Robert Wyatt: erano i Picchio dal Pozzo.

Il disco omonimo fu una perla, l’unico esemplaredi Canterbury Rock all’italiana, immerso in un immaginario onirico dai toni fiabeschi e surreali. Troppo belli per diventare popolari, i Picchio sparirono*. O almeno così sembrava, perché di qualcosa bisogna pur campare, e Aldo si mise a fare il fonico di sala, l’autore di testi part-time e occasionalmente il produttore. Fu così che incontrò Pivio, al secolo Roberto Pischiutta. Pivio era il leader dei Scortilla, band appartenente al sottobosco post-punk genovese, di cui si ricorda il singolo Fahrenheit 451 e poco altro. Dopo una finale del Festivalbar il progetto Scortilla evaporò e Pivio decise di fare qualcosa di più produttivo della sua vita, l’ingegnere, continuando però a suonare a tempo perso con l’amico De Scalzi, pubblicando anche un paio di dischi.

La svolta arrivò con una chiamata inaspettata: era Ferzan Özpetek, aveva bisogno di loro due per la colonna sonora de Il Bagno Turco. Fu un successo.
Da allora, Pivio e Aldo hanno firmato le colonne sonore di un buon 50% dei film e delle serie TV prodotte in Italia: da Rex a Distretto di Polizia, senza tuttavia trascurare lavori più ricercati, come l’ottimo Monk with a Camera, equilibrio perfetto tra musica da camera, pulse reich-iani e canti tibetani.
Ma è con i Manetti Bros la collaborazione più proficua: Piano 17, Cavie, L’arrivo di Wang, Song’e Napule, fino alla serie di film TV de L’Ispettore Coliandro.

Il ritorno in TV di Coliandro ha offerto l’occasione per omaggiare tanto il background cui attinge la serie, quanto quello musicale che ha “formato” i due musicisti. Se infatti le avventure dello scalcagnato ispettore sono un tributo spesso parodistico ai polizieschi anni 70, la colonna sonora lo è della produzione musicale che accompagnava quei film.
I pezzi che funzionano di più sono quelli che riescono nella magia di unire i groove da poliziotteschi con i suoni stridenti, dai tratti cupi e romantici dei King Crimson. In the Wake of Coliandro è un perfetto riff crimsoniano, che va a estinguersi nella ballata crepuscolare di Worlds in Collision, sulla cui melodia sembra incombere un manto apocalittico.

Altri sussulti arrivano da Calabro 69, che è una quasi-cover di Summertime Killer di Bacalov, e la morriconiana Coliandro Indaga, che riprende l’incedere metronomico di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto sublimando la passione verso quel “genere”, che forse è stato il vero acme della produzione musicale italiana.

È tutto oro quello che luccica? Insomma. A dirla tutta, sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più. Proseguendo verso il secondo CD, ci si accorge che i brani sono perfetti temi di accompagnamento, che però scivolano via senza mai imporsi all’attenzione. Ogni nota è un impeccabile omaggio al funky poliziottesco, ma mai capace avvicinarsi alle vette compositive di Luis Enriquez Bacalov, Armando Trovajoli o Piero Piccioni  (per non parlare di Ennio Morricone). Bisogna comunque riconoscere che L’Ispettore Coliandro Vol. III – Il Ritorno è un buon lavoro di artigianato. Porta una firma importante, ben visibile negli intagli e nell’ottimo materiale di partenza. Svolge egregiamente il suo lavoro di accompagnamento per una delle serie più simpatiche e riuscite della TV nostrana e come tale andrebbe preso.

 

 

 

*non dopo aver pubblicato un altro album, quattro anni dopo, completamente diverso dal precedente: Abbiamo tutti i suoi problemi. Dopo scomparvero davvero, rimanendo solo ufficialmente in attività.

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