Brainvision, prima parte

Interno notte – anche se tecnicamente era già mattina – , la non-luce del mondo esterno filtrava attraverso le veneziane disegnando rettangoli non proprio regolari sul copriletto ed evidenziava i contorni degli oggetti in un’atmosfera spettrale. Cinque squilli.

«Alex è morto. Si è ammazzato»

Riagganciai. Tornai a letto, pensando che Alex era l’ultimo contatto con la mia vita precedente. Mi riaddormentai, consapevole che mi sarei svegliato più stanco che se non avessi dormito affatto.

Al mattino feci una selezione dei vestiti in base all’odore dalla catasta sulla poltrona. Indossai quelli passabili, e nella valigia ficcai quelli apparentemente puliti. Dopo una colazione frugale chiamai Lara, le chiesi di accompagnarmi al funerale. Rifiutò.

Non seppi mai quanto durò il viaggio in quello stato tra malinconia, rabbia e tristezza; ricordo solo il ripetersi interminabile di “No Quarter” nell’autoradio.

Le strade deserte al tramonto, le case illuminate: dietro alle finestre potevi vedere le famiglie raccogliersi intorno alla TV. Fermai l’auto davanti alla mia vecchia casa: non avevo mai visto il giardino così in ordine. Quando ci abitavo con la mia famiglia, era una specie di riproduzione in miniatura di un habitat misto di deserto e steppa, come quei paesaggi ricreati nei musei con dei cavernicoli in plastica che cacciano in un mondo vergine e crudele. Ora l’erba così verde e perfettamente rasata ricorda quella di un green di un campo da golf. I nuovi inquilini dovevano essere dei perfettini del cazzo. Lì nell’angolo c’era la cuccia di Khan, il responsabile principale della desertificazione del mio giardino. Amavo quel cane. Ricordo il giorno in cui scappò, ricordo la ricerca a tappeto negli isolati, nel bosco dietro la collina. C’era anche Alex. Anche lui impazziva per Khan. Non lo ritrovammo mai.

«Posso esserle d’aiuto!?»

Sobbalzai sul sedile. Un tizio corpulento con gli occhi troppo vicini al naso per appartenere al volto di una persona quantomeno intelligente si era preoccupato del mio fissare contemplativo e, per quell’eccesso di zelo e di “senso civico” che vuole tutti controllori di tutti – uno stato delle cose che io chiamo panopticon -, aveva trovato il coraggio di alzare il culo dal divano e venire a ripescarmi dal fiume di pensieri e ricordi della mia infanzia. Probabilmente aveva già chiamato anche la polizia.

«Ah, io… vede, abitavo lì da ragazzo e… stavo solo… ora vado»

Guardai nello specchietto retrovisore ed era ancora lì, a fissarmi. Forse annotava a mente il numero di targa.

Affittai una camera al motel sulla strada principale, di quelli con la macchina del ghiaccio fuori e un serial killer in ogni stanza. Il mattino dopo andai al funerale. Il prete parlò a lungo di Alex, nessuno tra i presenti sembrava conoscerlo. Ma passando in rassegna ogni fila notai Kate – era stata lei a telefonarmi -, davanti a lei, i genitori di Alex ascoltavano la funzione con gran dignità. Erano distrutti, ma avevano finito le lacrime il giorno in cui scoprirono la tossicodipendenza del figlio. Dopo la cerimonia feci per andarmene:

«Lucas? Sei tu?»

«Salve signora Parson»

«Lucas, grazie di essere qui…» mi abbracciò e dalla forza della sua stretta seppi che la gratitudine era sincera. «…eri il suo unico amico»

«Io… dovevo andare» ero imbarazzato, senza sapere il motivo. Senso di colpa? Ma perché?

«oh no, no, non intendevo… non è stata colpa tua, né di tuo padre, dopo quello che vi è successo…»

Il signor Parson, che aveva appena finito di stringere mani e raccogliere condoglianze, si avvicinò e con lui Kate: «Lucas, grazie per essere venuto. Dov’è che alloggi?»

«Al motel di Kraven Street»

«Perché non vieni a pranzo da noi? c’è anche Kate. C’è del polpettone»

 

Il polpettone della signora Parson non era solo un sapiente miscuglio di 600gr di carne di vitello, 3 patate, 4 cucchiai di grana grattugiato, pan grattato, olio extravergine e sale q.b. Nel polpettone della signora Parson c’erano lacrime e frustrazione, e rabbia, e tutte le emozioni represse da una vita epurata da ogni forma di vitalità e soddisfazione. Una vita dove sgobbare 8 ore al giorno e fare un milione di sacrifici non bastò ad assicurare al figlio un’esistenza felice; dove un marito castrato e rincoglionito da un lavoro meccanico e disumanizzante tornava e trovava l’unico conforto nella bottiglia. Lavorare la carne cruda, intenerirla, crearle uno strato di tessuto para-tegumentario costituito dalle patate (che sarebbe poi diventato crosta croccante in forno) era per lei un antistress e al contempo l’unica occasione per dimostrare di essere agli ospiti quanto fosse una brava donna di casa.

Parlammo più che altro delle nostre vite professionali, i rapporti sentimentali, le nostre piccole conquiste quotidiane, tipo io che di lavoro faccio lo studente fuoricorso e per sbancare il lunario aiuto mio padre nella sua attività di noleggiatore di juke-box e biliardini. La vita di Kate, al contrario, sembrava un arcobaleno di giubilo e autorealizzazione. Raccontò con entusiasmo i suoi trionfi lavorativi come caporedattrice presso la webzine musicale [omissis] e della sua supermegarelazione con uno che era tipo il più grande uomo sulla faccia di merda della terra. Esperto di cinema musica arte filosofie orientali interior design sport cavalli cani motociclette vini cucina giardinaggio feng-shui. Lavorava come rappresentante nell’azienda familiare di arredi per bagno. La foto che mostrò orgogliosa sul suo smartphone la ritraeva su una spiaggia del sud avvinghiata amorevolmente al classico pallone gonfiato a scoregge, barba hipster, un cuoio capelluto destinato a perdere la sua spinta tricopoietica di lì a qualche anno e lo sguardo di chi ce l’ha fatta nella vita. Sentirla parlare era come tornare ai tempi dell’università, dove tutti i miei colleghi erano dei caterpillar “mangia-esami” e “caca-trentaelode”, già lanciati verso un orizzonte radioso, sgombro di nubi e foriero di successi, mentre io faticavo a preconizzare il piatto che avrei scelto dal menù della mensa.

«Manca poco al suo compleanno, devo ancora decidere che regalo fargli»,

«Hai pensato a della Crescina®?», ti odio, vai a risvegliare il senso d’inadeguatezza a qualcun altro.

«Ma che dici, Lucas?» la signora Parson mi richiamò al bon ton, e lanciò un’occhiata al marito che invece pareva divertito.

«Dico che quella criniera da leone non ha più di un anno/due avanti».

«Che stupido!».

Piano, quasi senza accorgercene, il discorso finì su Alex. Del fatto che sembrava stare meglio, che nulla lasciasse presagire il suicidio, a parte il progressivo isolamento dal mondo, la depressione, il mutismo, la fissità dello sguardo, l’insonnia.

«Non ha scritto nulla, lui è… andato in garage… si è addormentato» eccole le lacrime, ora potevano scorrere. Non seppi dire nulla di confortante. In realtà non dissi nulla di nulla. Ci pensò l’abbraccio di Kate, che giunse puntuale, quasi stereotipato.

Seguirono attimi di silenzio a testa china. Non ero commosso, non ci riuscivo. Il disagio era l’unica cosa che riuscivo a percepire in quella situazione.

Poi il pianto si fermò, la signora Parson fece segno di stare meglio, con lievi oscillazioni del capo fece capire che la crisi era passata, per il momento. Gli occhi dei presenti ricominciarono a cercarsi.

«Altro polpettone?».

 

Dopo pranzo, entrammo nella stanza di Alex. La madre mi mostrò una sua foto: i capelli biondi lunghi fin sopra le spalle, la barba ricordava la peluria sulle noci di cocco, la pelle già del pallore tipico dei corpi all’obitorio, il cui unico tono di colore era dato dagli eritemi perinasali dovuti alla dermatite seborroica, gli occhi azzurri lucidi e zavorrati da due chili di occhiaie, un’espressione sfatta ma, nonostante tutto, sorridente. Dio, pensai, non potevano scegliere una foto migliore per conservarne il ricordo? Poi realizzai che no, evidentemente non potevano. Su una mensola c’era una foto di lui bambino, abbracciato al me bambino e a Trevor – che ora vive a Shanghai.

«Quella ve l’ho scattata io» disse Kate. C’erano ricordi di una vita affastellati senza un ordine, c’erano videogame, fumetti, qualche libro, poster di Frazetta, un action figure di Chewbacca fuori dalla sua confezione originale.

«È tutto come dieci anni fa», ricordo che dissi, osservando il caos ordinato degli oggetti disposti sui vari ripiani.

In un angolo, riposta in un cartone assieme a una trentina di CD nelle loro custodie originali, vidi la console sulla quale consumammo i pollici e gran parte dei pomeriggi della nostra infanzia. La plastica era ingiallita dal sole e le dava l’aspetto di un vecchio fossile riemerso dalle profondità della Terra. Quella visione, unita all’odore delle plastiche dei controller lerci e delle custodie, mi travolse come un treno che mi sbalzò indietro di due lustri. Chiesi ai signori Parson di vendermi la console. Me la regalarono.

Uscendo, fui costretto a passare davanti al garage. Mi venne automatico lanciare un’occhiata all’interno, alla Ford Fiesta, rielaborata per l’occasione in una camera a gas fai da te. Mentre posavo il carico nel bagagliaio, sentii i coniugi Parson discutere. Era più forte di loro, forse una parola di troppo a tavola, forse qualcosa andata storta nella cottura del polpettone. C’era sempre qualcosa che accendeva la miccia ed ormai era un incendio che si autoalimentava. Certi periodi covava sotto la cenere, in altri si alzava alto, ma non aveva alcuna possibilità di estinguersi. Suppongo che possa essere il riassunto di tutti i rapporti a lunga durata, ed era proprio questo che Alex non riusciva a sopportare: non avere alcuna possibilità di andarsene, e appiccare un incendio tutto suo. Ma c’è una cosa che Mr. e Mrs. Parson non hanno mai fatto mancare al proprio figlio: una possibilità di portare a termine una carriera scolastica più che dignitosa. Il suo percorso fu regolare, senza picchi di eccellenza ma senza nemmeno grandi intoppi verso la laurea in Informatica e Programmazione Avanzata, cui seguirono master e specializzazioni varie, tra le quali spiccavano “Storytelling interattivo”, “Design di mondi finzionali” e “Prosa degli ipertesti digitali” – scelte giustificabili solo dal profondo desiderio di fuggire dalla realtà, ma saltando dall’altra parte del velo, nel laboratorio dell’alchimista, il regno del demiurgo, chiamatelo come vi pare: quel posto immaginifico dove si gioca sì, ma col tempo e lo spazio, come se fossero argilla, come se il designer fosse un essere sovradimensionale, forgiatore di un mondo pieno di regole e tranelli, un tessitore di inganni. Durante gli studi, Alex accumulò più competenze di chiunque suo co-laureando grazie ai progetti collaterali che portava avanti – ovviamente, senza alcun ritorno economico. Il problema di Alex stava proprio lì, ed emerse quando concluse gli studi: Alex era un ragazzo di 26 anni overskilled e senza uno sponsor. Al giorno d’oggi, senza uno sponsor non puoi neanche presentarti a un colloquio di lavoro per lavare i pavimenti in un’area di servizio in mezzo a un deserto. E nessuno sponsor aveva intenzione di investire su un ragazzo con dei talenti così poco spendibili e senza la minima intenzione di svenderli. Alex era un ingranaggio che si era sganciato dal grande meccanismo e cominciò a girare per conto suo, su se stesso, senza fine, mentre il sistema andava incontro all’ineluttabile entropia. Fu allora che la passione per le canne fumate di nascosto in luoghi isolati e ben ventilati si trasformò in un bisogno di sostanze dalla composizione e dagli effetti ben più complicati.

 

Rientrato al motel, cominciai a smanettare con cavi e alimentatori. Una volta assemblato il tutto, scelsi un gioco dal mucchio: un arcade di corse automobilistiche. Breve schermata di loading, scelsi la modalità time trial, scelsi la Ferrari, scelsi il tracciato, breve loading, tre-due-uno-via: alla prima curva ero già contro un albero dalla forma vagamente cubista. Ok, faccio schifo, pensai, meglio cambiare gioco, quando in un angolo dell’inquadratura saettò una figura diafana senza emettere alcun rumore. Riportai l’auto in pista, ma non rividi più quella sagoma. Riavviai la sfida, partenza scarsa e, dopo pochi metri, rieccola: un’auto fantasma. Sapevo chi fosse, ma ebbi la certezza solo una volta giunto al traguardo: sotto il record della pista, il nome del pilota: “Alex”. Il suo record resisteva al tempo, all’obsolescenza programmata della tecnologia, alla morte della carne.

Entro sera riacquistai un minimo di padronanza dei controlli, quel tanto che bastava a fare dei giri dignitosi. Non mi riuscì di battere la macchina fantasma, o forse non volli, non so, fatto sta che posai il pad sulla moquette color caffelatte coperta di macchie di natura eterogenea e lasciai scorrere le immagini del mio giro migliore.

Notai che anche il picchiaduro sul quale ci azzuffammo per anni conservava la memoria dei nostri epici incontri.

La storia mia e di Alex e dei videogame comincia in un pomeriggio di un anno imprecisato della nostra infanzia. Il luogo invece è collocabile in un preciso punto dello spazio-tempo ed è – anzi, era, dato che al suo posto ora sorge una meravigliosa bottega di accessori e cover per cellulari cinesi, il mondo è andato avanti – The Pit. Avete presente quelle sale giochi con l’insegna in neon lampeggiante che recita Arcade e le luci stroboscopiche ovunque, illuminata come fosse lo sprawl di un futuro cyberpunk? Ecco, The Pit non c’entrava niente. The Pit era un buco dove per effetto di un misterioso sortilegio erano le nove di sera tutto il giorno. C’era fumo, tanto fumo, troppo: un giorno noi frequentatori faremo i conti con una ridotta compliance polmonare, ma potremo dire che né è valsa la pena. C’erano i giochi e c’era una comunità cazzutissima che insieme imparava, cresceva, e competeva per un primato assoluto del gioco più in voga del momento, quello che creava sempre un capannello di persone intorno al giocatore e l’atmosfera diventava tesa, l’aria (ancora più) irrespirabile, come se il destino di qualcosa di grosso si decidesse lì, in quell’istante, sulla pulsantiera scricchiolante di un cabinato. E in genere era davvero così. La comunità era la fortuna del titolare, il vecchio Pitey “Pit” Flanagan e del suo locale, vero tempio del gameplay nel mezzo del quartiere più malfamato della suburbia. Ovviamente i nostri genitori non volevano che ci andassimo e spendessimo tutta la paghetta oltre a tutto quello che riuscivamo a sgraffignare in casa in quel postaccio. Ma The Pit era zona sicura, un terreno sacro: fuori la gente poteva accoltellarsi per 50 crediti, ma non nel nostro dojo.

E ricordo come fosse ieri il momento in cui tutti i problemi passarono in secondo piano allo studio delle mosse, gli assalti ai tempi nei circuiti, la memorizzazione dei pattern d’attacco di mostri meccanici vagamente lovecraftiani. Non ci si abitua mai ad essere degli esclusi, mai, anche quando ti convinci di aver sviluppato una scorza dura e che tutti intorno a te siano degli idioti – in quel caso arrivi a rimpiangere di non essere anche tu un idiota. Eravamo isole 100.000 chilometri al largo da una vita quantomeno sociale, ma ci trovammo uniti da una passione comune e allora eravamo più come un arcipelago. Ed eravamo in quattro: Alex, io, Kate e Trevor, ma più spesso in due: Alex e io. Anche quando mia madre un giorno non andò a lavorare, perché doveva parlare con un dottore. E nei mesi successivi, quando soggiornò al Saint James Hospital e perse tutti i capelli e il suo corpo diventava come quegli acini d’uva risucchiati dalle falene.

La fissa di quel periodo erano gli RPG e dalla sala giochi passammo al computer di casa, ma la casa era di Kate e il computer – uno dei primi PC in commercio – di suo padre, Mr. Alongi – un italo-americano dalle sopracciglia talmente folte e arruffate da guadagnarsi sul campo il nome di “ciglia tempestose” -, di professione recensore di videoregistratori e impianti Hi-Fi, e studioso di filosofie orientali ed esoterismo per hobby. Su una parete dello studio, proprio dove stava il suo personal computer, c’era una libreria in faggio piena di libri sul vedismo, sul mitraismo e altri tomi sugli antichi sistemi di culti misterici basati sull’algebra e l’astrologia babilonese. Mentre noi giocavamo alle nostre avventure ruolistiche, Alongi giocava alla sua di erudito e decifratore di misteri millenari, incavato nella sua poltrona sotto una lampada Tiffany non originale che emanava un giallo Van Goghiano in tutta la stanza, a leggere uno dei suoi libri con un Mandala in copertina. Ricordo che, quando mia madre alla fine di una lunga agonia morì, cercò di consolarmi a modo suo, propinandomi una visione metempsicotica dell’esistenza, sfruttando proprio i personaggi dei giochi di ruolo come analogia. Secondo la sua teoria, i personaggi non giocanti che incontri non sono altro che una combinazione di possibilità irrealizzate di quello che saresti potuto essere tu. Non solo: essi non sono altro che un’incarnazione di te nata in un altro momento e in un altro luogo. Ogni individuo, animale o oggetto inanimato è il risultato di una serie di opzioni booleane che instradano la vita su determinati binari narrativi. Prova ne è il fatto che ad ogni game over, devi reincarnarti in qualcosa di diverso per non incorrere nello stesso destino, adottare strategie diverse, compiere scelte nuove. Ogni “cosa”, disse con la solennità di un filosofo dell’antica Grecia, è in realtà una sola essenza che continuamente si reincarna. In quel momento non capii cosa volesse dire. Crescendo, afferrai il concetto e più avanti scoprii che Ciglia Tempestose prese il pensiero di Platone, lo storpiò e lo spacciò per proprio. Che delusione. In ogni caso, l’idea che mia madre si fosse reincarnata in qualcosa o qualcuno e che io, un fermaporte, mia madre e Napoleone Bonaparte fossimo una sola cosa non mi consolava affatto, perché ognuna di queste cose non conservava la memoria della vita precedente – né una precognizione di una vita futura – e io non potevo dire a mia madre (che poi sarebbe dovuta essere una parte di me) quanto mi mancava.

Rimanemmo in due in casa: io e mio padre, che non superò mai la morte di mia madre, ma in qualche modo tirò avanti finché poté e io con lui, lontano da qui, su a nord. Sicché l’arcipelago cominciò a perdere i pezzi e ogni isola sprofondò nella solitudine di una vita man mano sempre più iper-produttiva intanto che i ricordi di quei giorni felici si dissolvevano. Chissà quante tracce del nostro passato sopravvivono in vecchie memorie solide ricoperte di sporcizia, pensai, mentre mi mettevo a sedere sul letto.

[Continua]

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