Brainvision, seconda parte

Un giorno scriverò un saggio sui videogiochi e sull’importanza che hanno avuto per la mia generazione. Mi piacerebbe ad esempio parlare di come siano rappresentazioni astratte delle nostre vite e di come ci insegnino a sopravvivere. Il loro essere sistemi di regole basati sostanzialmente sul trial and error, meccaniche organizzate in pattern ben definiti dove parte del gioco sta proprio nel loro riconoscimento, nel farli propri e accorgersi che, una volta assorbiti, ridotti a linguaggio macchina, assimilati nella motherboard, cambino irrimediabilmente il modo in cui il mondo appare, similmente a come accade in un Alternate Reality Game. Una realtà seminata di indizi, punti da unire, collegamenti e prove dell’esistenza di una verità alta e assoluta, che stanno nell’intrecciarsi di rami, nel fiorire dei piccoli boccioli ancora bagnati di rugiada, nel nido lasciato incautamente incustodito dall’aquila, dalle orme lasciate della volpe sul terreno sottostante; e dalle loro ombre, il rovescio di ogni cosa e ogni significato: l’aquila che torna dai suoi pulcini con un cucciolo di volpe tra gli artigli davanti agli occhi di mamma volpe, supplicante; capire che entrambe le scene sono vere e false a un tempo. Sperare che ogni cosa sia legata ad un’altra da leggi naturali, regole matematiche, o un senso estetico, che cogliere l’illuminazione dell’attimo ci avvicini a una consapevolezza nuova e sia come rinascere a ogni nuova scoperta. Mi piacerebbe parlare della costruzione dei mondi finzionali, della loro sintassi e della loro coerenza, e sforzarmi di gettare dubbi sull’”autenticità” di questo mondo, instillando l’idea che tutto sia frutto di un’illusione o una simulazione – in questo modo forse sarebbe più facile accettare un concetto come la metempsicosi. Scriverei qualcosa del tipo “Immaginate il mondo come un artefatto, il più complesso ipotizzabile e che la realtà sia tutta un’illusione, eccetto che per l’illusionista”. E, se l’ha già scritto qualcuno, farò finta di non saperne nulla e lo spaccerò per mio, un po’ come fanno tutti.

Tirai fuori un altro gioco dallo scatolone. Blitiri era un gioco di ruolo per l’epoca davvero avveniristico: un open world senza una traccia narrativa lineare, un sistema di missioni ad albero con rami principali e secondari che finivano per dividersi e reinnestarsi col procedere della storia, vantava la presenza di gilde e mestieri, ma soprattutto un sistema economico interno che regolava il prezzo e la circolazione dei beni e la possibilità di spedire merci nei “continenti esterni”, che altri non erano che le partite di altri giocatori. Con l’aiuto di un modem interno alla console era infatti possibile collegarsi alla rete e spedire le proprie merci su carovane lungo rotte digitali ai bazar di altri “universi di finzione” in cambio di valuta virtuale interdimensionale. In questo ecosistema, non fu difficile, almeno da un punto di vista concettuale, per un mod aggiungere la possibilità di poter creare dal nulla e mettere in commercio un tipo di merce non prevista dal codice sorgente originale: libri. Un sistema di “verifica sintattica, grammaticale e morfemica” constatava la correttezza formale degli scritti in modo; mentre i criteri di vendibilità si basavano su un algoritmo che non mi è mai stato molto chiaro. Si venne a creare in questo modo il mestiere di scrittore, sebbene non riconosciuto “ufficialmente” dal mondo di gioco. Questo, unito al sistema di commercio virtuale tra i vari utenti connessi alla rete, portò alla nascita di una comunità di autori interni al multiverso di Blitiri, che sfociò in un primo momento nella genesi di un fandom interno al gioco stesso che ne narrava le vicissitudini non trattate dalla storia ufficiale e colmava addirittura i buchi nella sceneggiatura con carpiati narrativi e retcon da capogiro; in seguito la comunità di autori crebbe al punto da dare vita a opere di micronarrazione che esulavano dal setting fantasy-sci-fi del videogame, abbattendo di fatto la quarta parete e gettando ponti immaginari tra le due dimensioni parallele.

Mi risvegliai nella piazza di Sohrun, la città oasi, era il giorno del mercato. Decine di personaggi non giocanti si accalcavano davanti alle bancarelle, contrattavano, vagavano sulle strade di ardesia recitando il ruolo che il demiurgo aveva scritto per loro. Mi spostai nella zona del suk, mendicanti cenciosi chiedevano l’elemosina, in un cortile giaceva un corpo esangue. Osservai il suo sguardo esanime rivolto al tetto del palazzo, apprezzai il taglio da un orecchio all’altro, la totale assenza di sangue, le tracce di trascinamento: “you journal has been updated”. Poco più avanti notai un’insegna che mi fu d’un tratto molto familiare: “Libri rari di Jobasha”. Entrai nella libreria, una scalinata mi portava in un piano seminterrato con pareti totalmente ricoperte da libri. Jobasha, il libraio, era un vecchio gatto orbo. Giaceva dietro una scrivania di quercia completamente tarlata, con sopra un servizio da tè appena utilizzato e macchiato dall’usura.

«Benvenuto, straniero» mi accolse con la sua voce di sabbia trasportata dal vento. Il tè e i libri non erano le uniche sostanze ricreazionali cui era dedito il vecchio Jobasha. Il retrobottega era un laboratorio/distilleria delle droghe più gettonate tra quelle che potevi trovare nel mondo di Blitiri. In una vita precedente scoprii che era questo il modo con il quale finanziava la sua attività biblio-esoterica, ma in quell’occasione ero lì solo per i libri. Feci scorrere tutti i titoli dei tomi e delle pergamene affastellate sulle mensole e gli scaffali, fino a quando ne trovai uno che attirò la mia attenzione: “La Fratellanza della Bestia, Aut: Alex Parson”.

“Sono intorno a me, ovunque vada. Ci sono occhi dietro le finestre, occhi nella TV, occhi dietro gli specchi. Tre mesi fa venni contattato per un lavoro diverso dal solito. Un progetto seducente, programmare un hardware sperimentale – prototipi trafugati dai laboratori della difesa – a scopi ludici. Videogiochi pensati per essere fruiti in un modo mai visto prima: stimolazione della corteccia sensitiva; trasmissione sinestetica attraverso un raggio sparato direttamente nel chiasma ottico: la TXC-29. L’obiettivo era farne una piattaforma d’avanguardia dell’intrattenimento. Inutile dire che mi ci gettai a capofitto, non avendo al momento altri sbocchi lavorativi percorribili. I risultati andarono ben oltre le mie aspettative. La TXC è l’interfaccia sinestetica che ho sempre sognato e l’occasione per dare un significato a tutta una vita: entrare e perdersi completamente nei sistemi di segni e di sogni creati dalla mano di un demiurgo. C’è voluto un breve periodo di adattamento, ma ciò che ne è seguito è abbastanza per parlare di una rivoluzione copernicana nell’ambito dell’intrattenimento. La proiezione sinestetica trasporta il giocatore nel mondo finzionale – ma forse sarebbe più corretto dire che sostituisce la percezione della realtà con quella del mondo artificiale – con risultati cui forse il mondo e il cervello umano non sono ancora pronti. Rapito com’ero da quel nuovo universo di possibilità, non potevo certo immaginare i guai che sarebbero conseguiti. I primi effetti collaterali si sono manifestati un pomeriggio, durante una sessione intensiva di autoerotismo davanti alla TV. La trama del film prevedeva un classico incontro occasionale tra una sventurata prosperosa e fatalmente bagnata dall’acqua fuoriuscita da un tubo esploso e un idraulico prontamente giunto all’appartamento per ripararlo. D’un tratto e senza preavviso il film divenne insolitamente verboso. Spettacoli di quel genere non puntano granché sui dialoghi, diciamo che il pezzo forte è l’azione. Fu durante la scena clou che le grosse tettone uraliche della sventurata si trasformarono in due megafoni sorretti dalle mani villose dell’idraulico e la voce che ne uscì recitava:

«Trasmettiamo questo messaggio criptato dall’anno 2079. Ascolta ciò che ti diciamo, umano. Noi siamo la Fratellanza della Bestia, noi siamo gli araldi dell’antico signore. Preparati, umano, all’avvento. Preparati, umano, all’arrivo del nostro signore oscuro, il divoratore di mondi, colui che viaggia con fame insaziabile da un universo all’altro nutrendosi dell’energia di pianeti e stelle. Sacrifica la tua vita, umano, al fine di aprire il portale che separa il tuo piano da quello del nostro signore oscuro. Egli ha fame». Lì per lì non misi in relazione il bad trip all’uso intensivo della TXC-29. Fu dopo aver scoperto il sito Blackstar_prophecies che cominciai a collegare i punti – anche se ho il forte sospetto che appartenga alle stesse persone che stanno diffondendo. Secondo le teorie di questi tizi, pare che la tecnologia impiegata nella TXC-29 sia solo in parte di questo pianeta. Se le storie venissero confermate, significherebbe che una cospirazione grossa, enorme, onnipervasiva, sia stata messa in atto da questa setta di fanatici che cerca di diffondere attraverso questa piattaforma di gioco clandestina il loro culto immondo.

Ieri sera ho portato fuori la spazzatura, c’era un furgoncino del tecnico antennista parcheggiato davanti casa. Stamattina era ancora lì. Da Radioshack ho scoperto una persona che mi fissava da dietro gli scaffali. Al supermercato, uomini vestiti di nero fingono di fare acquisti, controllare le etichette, spingere i carrelli, sbucano da ogni angolo.

Ormai non esco più di casa, eppure posso ancora percepire la loro presenza. Essi vivono negli interstizi della nostra quotidianità, si muovono nelle intercapedini, sussurrano nelle grate d’aerazione. Probabilmente mi tengono sotto controllo perché ho scoperto il loro segreto. Ora stringono il perimetro per eliminarmi, ma non prima di condurre esperimenti sul mio cervello. So come funzionano queste cose: insceneranno la mia scomparsa, nulla di più facile di un finto suicidio con un cadavere trafugato dall’obitorio e opportunamente camuffato in modo da farlo somigliare a me in ogni dettaglio.

Lascio la mia testimonianza in questo libro digitale in modo che resti nascosta dalla Fratellanza.”

«Che ne pensi?» domandai a Kate, che intanto mi aveva raggiunto.

«Manie di persecuzione, allucinazioni, paranoia. Penso che Alex fosse proprio strafatto quando l’ha scritto».

«Dammi il tablet», cercai la pagina web indicata da Alex:

«Se sono così potenti, perché non l’hanno già chiusa? Forse la controllano direttamente loro»

«Sei impazzito? Credi davvero a questa storia?»

«Guarda, qui c’è scritto che l’uso prolungato della TXC-29 provochi un’infiammazione del corpo calloso e la sua successiva degradazione, cosa che porta l’utilizzatore a uno stato di perenne allucinazione, dissociazione dalla realtà, fino ad effetti imprevedibili che vanno dalla paranoia alla violenza autoinflitta».

«Sei pazzo se dai credito a questo creepypasta malriuscito. Alex almeno aveva la scusa di essere un tossicodipendente, ma tu?»

«Dobbiamo tornare a casa di Alex e cercare la TXC».

I signori Parson furono infinitamente gentili ad aprirci nonostante l’ora e l’assenza totale di spiegazioni. Perlustrammo la camera di Alex senza trovare la malevola scheda elettronica.

«Soddisfatto?»

«L’hanno presa…»

«Cosa?»

«Alex diceva che era costantemente sorvegliato. Gli agenti della Fratellanza devono averla fatta sparire».

«Oh, Gesù! In ogni caso: fine della storia, no? Voglio dire, cosa intendi fare ora?»

«Ascolta, i casi sono due: o Alex è stato ucciso da questi pazzi o ad ucciderlo è stato un mix di stupefacenti e una sciagurata lettura di uno stupido creepypasta che è diventato la sua ossessione.»

Lasciai Kate a casa dei Parson, senza un’idea precisa su cosa fare. Mi interrogavo su dove un emarginato totale come Alex avrebbe potuto rimediare un TXC. Pensai al suo itinerario preferito, che era quello di andare a rimediarsi della droga a buon mercato. Pensai che forse le cose fossero incidentalmente coincise e che, se anche gli usi e i costumi di drogati e spacciatori sono stati plasmati dal processo di globalizzazione, potevo restringere il campo di ricerca al porto (inesistente), a un ponte di una via fuorimano, che avrei tenuto buono se fosse fallita la ricerca nel più quotato giardino comunale.

In questa iperrealista tana del bianconiglio, tutto è esattamente come sembra. I colori sono stati drenati da ogni cosa, sicché tutto appare in tonalità di grigio. Ogni lampione illuminava un’anima dannata, affaccendata su una panchina con un’altra ombra, di solito una ragazza ricoperta di tatuaggi dozzinali, piercing e altri significanti proto-culturali volti a rivendicare l’appartenenza a quel sottogruppo sociale. Questo genere di venditori, a differenza di altri, venivano più frequentemente avvicinati dai clienti:

«TXC-29?»

«scusa?»

«TXC»

«che cazzo è?! Mi prendi per il culo? Levati dai coglioni»

Qualcosa in quell’atteggiamento mi suggeriva che è meglio non infastidire uno spacciatore intento a iniettarsi roba con la sua compagna già con un piede e mezzo nella valle delle creature fantastiche.

Mi sentivo scoraggiato, spaventato e anche molto stupido. Decisi di gettare la spugna, ma trovare l’uscita non fu facile. La piantina del parco sembrava seguire una geometria non euclidea, percorrerne il bordo sembrava portarti al centro e vagare senza una bussola conduceva in luoghi apparentemente ai confini dello spazio. Orientarsi era una questione di probabilità heisenberghiana.

Una voce dall’oscurità:

«Ho sentito che cerchi la TXC»

«Ce l’hai?»

Tirò fuori dalla sua borsa una scheda in silicio di un verde anonimo e spartano, con una carenatura rossa a protezione delle parti più fotosensibili e che offriva una rigidità maggiore per la connessione di cavi e controller vari.

«Quattro giochi precaricati lo attacchi a una semplice presa e giochi il primo utilizzo fallo a stomaco vuoto consiglio spassionato 80 crediti non trattabili» rimasi sorpreso dal tono spiccio e il ritmo delle parole sparate senza punteggiatura verbale.

«E se volessi altri giochi?»

«Ne ho altri, ma non qui. Torna fra tre giorni.»

La prima sensazione che si prova è un delicato formicolio nell’area cutanea posta tra gli occhi e la radice del naso. La seconda è un tepore leggero e piacevole. Il raggio che scaturisce dalla scheda è invisibile per il giocatore, ma osservatori terzi riferiscono di un laser rosa acceso proiettato a impulsi irregolari. In prima persona, si vive probabilmente l’esperienza più vicina all’estasi mistica che il veglio della montagna induceva nei suoi assassini nella fortezza di Alamut. In un lasso di tempo che va dai quaranta secondi al minuto e poco più, le estesie dei vari organi di senso – tranne l’olfatto, almeno in questa prima fase – vengono sostituite da quelle artificiali del mondo di gioco, con risultati impareggiabili per qualsiasi altro dispositivo. Questo comportava però anche difetti non trascurabili: il primo effetto collaterale che in genere l’utente sperimenta riguarda la dissociazione spazio-temporale. Come riportato dal sito Blackstar, molte sessioni di gioco terminano col collasso del giocatore per esaurimento di nutrienti. È severamente sconsigliato, si legge nello stesso articolo, risvegliare violentemente il giocatore, se non gli si vuole causare un crollo nervoso condito da convulsioni e altre reazioni di tipo più o meno permanente. Le indicazioni suggeriscono di lasciar smaltire il periodo di down post-partita senza intervenire direttamente. Ed è proprio così che ho vissuto la mia prima esperienza col TXC-29. Tutto ciò che mi rimane è il ricordo di un’imitazione mediocre di un’avventura 3D con ambientazione western, un sapore catramato in bocca e le mutande fradice di urina.

Con impeccabile tempismo, Kate si fece viva al motel.

«Gesù Cristo»

«anche a te» uno spillone fantasma mi trapassò la cervicale e sbucò dall’orbita oculare destra.

«Ma cosa hai combinato?»

Andai in bagno, o almeno ci provai, prima di inciampare in una scarpa e finire con la faccia sulla moquette.

Kate si guardò in giro come se fosse finita in una tana di roditori alieni giganti. Intanto riuscii a rialzarmi al rallentatore, trascinarmi verso la vasca incrostata di roba nera. Lo scroscio dell’acqua copriva le sue esclamazioni di inorridimento.

«Hai trovato la console? È questa?»

«Sì… non toccarla»

«Immagino tu l’abbia usata, a giudicare dalle tue condizioni e quelle della camera»

Nessuna risposta

«…com’è?»

«Devastante… incredibile. Tutto ciò che abbiamo sempre sognato, lo scopo di una vita di Alex: entrare nei sogni di un costruttore di mondi e lasciare che quella stessa creazione entri nella tua testa. È… devastante»

La vasca da bagno funzionò come una camera d’isolamento sensoriale e ciò che Kate combinava nell’altra stanza passò in secondo piano.

Cominciai a riappropriarmi dei miei pensieri e a seguire il loro corso. Mi ritrovai a riconsiderare la filosofia di Mr.Alongi e ad ampliarne i limiti teorici. L’anima si reincarna, vive in un corpo che poi muore, il nastro si riavvolge e una nuova vita si registra sul nastro vecchio, cancellando la precedente registrazione. Da qui il tormento infinito dello spirito immortale. Ma se, ipotizzai, non tutto venisse completamente cancellato, se una traccia dei ricordi rimanesse sul nastro, come un eco, allora la maledizione potrebbe spezzarsi. Ma in che modo? Platone diceva che l’apprendimento è una forma di ricordo. Ricordare qualcosa che rimane sepolto nella nostra mente (e a tal proposito ricordo che psyche in greco significa anche anima) attraverso un metodo o un rito, al fine di entrare in contatto con una dimensione ipersensoriale separata dalla nostra da un velo che gli stregoni e gli sciamani attraversano dall’alba dei tempi col sussidio di sostanze. Questa membrana interposta tra le due realtà funziona come il corpo calloso che separa e unisce al contempo gli emisferi cerebrali. E allora mi venne in mente la TXC-29 e i suoi effetti sul cervello umano: una modificazione anatomica irreversibile per entrare permanentemente in contatto col mondo altro, dove i confini della coscienza sono obliati e la psyche può finalmente ricordare/apprendere. Ed è in questo maelstrom che dovevo calarmi. Questa nuova visione delle cose mi portò a considerare l’universo in un modo differente, allo stesso tempo pan-egoistico e di immenso amore per ogni forma di vita: “ama gli altri come ami te stesso”, stavo forse giungendo a una verità cosmica? O erano i primi effetti nocivi della TXC-29. Se il me precedente – che era Alex – era morto perché coinvolto in una faccenda più grande di lui, allora era mio dovere scoprire l’identità dei suoi/miei/nostri carnefici.

[continua]

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