Brainvision – parte 3

 

Mi fissava mentre uscivo dal bagno avviluppato nell’asciugamano.

«È vero, è tutto vero: all’inizio c’è la sigla di Alex, l’ha programmato lui»

«E allora? Cos’hai intenzione di fare?»

«Non lo so. Voglio capire chi sono i tizi che smerciano queste schede e perché»

«come?»

«comprerò altri giochi, poi chiederò altre schede, gli dirò che voglio venderle… voglio entrare nella loro rete»

«non dirai sul serio? Hai letto quello che ha scritto Alex, è gente pericolosa»

«devo capire»

«ma perché? Perché non avvisi la polizia?»

«certo, come no, vado e dico “c’è un’organizzazione occulta che crede in un mostro-dio alieno e che sta smerciando illegalmente un hardware di proprietà dell’esercito per controllare la mente delle persone…»

«e allora molla, cazzo! Se hanno ucciso Alex, uccideranno anche te»

«se hanno ucciso Alex, devo trovare prove sufficienti per inchiodarli. Allora chiamerò la polizia»

Uscimmo a cena, parlammo di come quei posti fossero radicalmente cambiati per rimanere il solito ammasso di nulla, un’onda di case popolari e negozi in franchising che si propagava dal centro verso la periferia. Tornammo al motel insieme. Notai per la prima volta le statue di gesso in stile neoclassico nel cortile. Le luci al neon le facevano affiorare come spettri da uno specchio nero. Tutto il motel lo era: oscuro. Una stazione di transito per anime in viaggio perpetuo, una loggia tra mondi paralleli.

Al risveglio disegnavo una costellazione con l’indice sulla schiena nuda di Kate seguendo lo schema delle tracce di umidità che puntellavano il soffitto grigiobeige. Passai a contemplare i capelli corvini che formavano ammassi caotici di materia ai confini dell’universo-letto. Provavo una combinazione di rimorso e freddo ai piedi. Kate era stata quasi una sorella per tutti noi, finché non le spuntarono le tette e gli effetti della pubertà cambiarono le regole del gioco. Comunque non si estraniò mai, non credo avesse mai ambito a diventare majorette/ragazza pon pon, a mettersi con la star locale di uno sport maggiore, scalare la catena alimentare-sociale fino al raggiungimento del pezzo veramente grosso. Kate era una di noi. Ma questo ovviamente non significava che non facessimo tutti delle fantasie su di lei. Anzi.

Si alzò dal letto, le molle cigolarono debolmente, controllando che dormissi. Non dormivo. Andò in punta di piedi verso il bagno, nuda, credeva di essere senza peso. Gettò un’ultima occhiata al mio corpo immobile e insonne.

Il programma della mattinata prevedeva l’incontro coi Parson sulla Sanders Hill, per disperdere le ceneri del figlio nella brezza mattutina. Strinsi ciò che pensavo tra i denti, e ciò che pensavo era che Alex non meritava di morire in un agglomerato di case popolari e grettezza post-industriale.

Poi giunse il momento di separarsi. L’estasi di un attimo, un barlume di vita di coppia potenziale, poi l’addio, come se tutto fosse un errore, un glitch della realtà: ognuno doveva tornare sui propri binari.

Si accese una sigaretta con l’accendisigari: «non sono felice».

«Che?»

«Non sono felice»

«Oh… e il lavoro? E, coso…?»

«Mike»

«Mike»

«Mike è un idiota. Mi ha tradita almeno un paio di volte, e anch’io… beh. Stiamo per lasciarci. Il lavoro è una merda. Ho studiato lettere, cinque anni di sacrifici inumani, ho fatto stage, ho accettato i lavori più insulsi a una paga da fame e ora questo: sono un anello in una catena di montaggio. Metto insieme luoghi comuni, opinioni spicciole, costruisco articoli come un dipendente di McDonald’s™ prepara un HappyMeal®»

«C’è chi sta peggio»

«Che stronzata! Certo che c’è chi sta peggio, ma non vedo come questo possa migliorare la mia situazione. Perché ci ammazziamo tanto per ottenere competenze e qualifiche che attestino quelle stesse competenze, e poi accettiamo dei lavori così limitanti e sottopagati?»

«Dobbiamo pur mangiare»

«Non è giusto»

«È il sistema»

«Tu lo accetti?»

«Lo subisco, come te e tutti gli altri»

Non aggiunse altro, ma sapevo cosa stava pensando. Pensava che era per questo che Alex s’era ammazzato, e come lui chissà quanti che hanno rifiutato le regole del gioco. Pensava che eravamo tutti responsabili della situazione e aveva ragione, ma non glielo dissi, non dissi niente, come sempre. Ci salutammo con la promessa di rivederci. Non avvenne mai più. La lasciai alla stazione con il mozzicone tra i denti, gli occhiali da sole inforcati sul naso aquilino, il borsone a tracolla. L’avrei risentita tre mesi dopo. Aveva lasciato Mike e il suo lavoro, si era unita a un gruppo militante situazionista che operava nella capitale, forse aveva trovato lo scopo della sua vita almeno per qualche mese.

L’adattamento alla TXC-29 procedeva fruttuosamente. Il tempo di loading sinaptico si era ridotto dalla prima sessione e stabilizzato su un tempo di 10 secondi. Sapevo che era un processo destinato a cuocermi il telencefalo come in un microonde, ma era l’unico modo per capire cosa fosse accaduto ad Alex: vedere attraverso i suoi occhi.

Esaurita la prima infornata di giochi – tutti delle semplici tech-demo, dalle meccaniche basilari, buone solo ad entrare in confidenza con la macchina -, feci rifornimento dal solito grossista. Il mio obiettivo era arrivare a Brainvision. Sapevo che era incompleto e pericoloso, ma sapevo anche che mi avrebbe condotto alla verità.

Dopo un paio di settimane, comparvero i primi segni di alterazione. Il primo exploit pubblico, che mi causò non poco imbarazzo e mi spinse ad accelerare i tempi, avvenne in un bar. Consumazione di un cornetto vuoto con cappuccino, al bancone. Rivolsi l’attenzione alla vetrata enorme alla mia destra, poi a quello che stava fuori. Un albero di non so bene che specie che rendeva in pegno le sue ultime foglie all’autunno. Un uccello – un corvus corone linnaeus – sostava su un ramo nello stesso atteggiamento che avevo assunto al bancone. Pensai ai pennuti come lui, i volatili a tutte le specie dotate di becco e ali, in grado di volare o meno, anche i polli, al loro regno parallelo al nostro, ma non meno complesso nei loro rituali, linguaggi, “cultura”, probabilmente. Un giorno, nell’incessante andirivieni temporale della psiche, nasco cornacchia e me ne sto su un ramo d’acero rosso – che dal punto di vista della cornacchia non potrà chiamarsi così, ma forse una cosa come “bruno rugoso tronco rami foglie rubizze” – e osservo uno stralunato primate che mangia una brioche in un bar. Pensai al rovescio del pensiero di Platone. Pensai che se l’apprendimento è una forma di ricordo, allora forse il dimenticarsi è una forma di preservazione. Pensai che dimenticare l’esperienza delle vite passate – e di quelle future – mi rendeva l’individuo che sono, nel senso letterale della parola: individuo, indivisibile, uno. Se si potesse ricordare tutto, se tutto l’esperire eterno si accumulasse nello spirito che viaggia da un involucro all’altro nello spazio-tempo, allora tutta l’umanità sarebbe un unico organismo senziente e quadridimensionale.

Senza che me ne rendessi conto, mi avvicinai a tal punto alla finestra da poterla appannare con l’alito. La cornacchia emise un verso, io mi ritrassi. Tornai ad avvicinarmi. Aprii la bocca e… «kraa!?»

«kraa»

«KRAAA!»

Stavo perdendo il controllo delle mie azioni, ma potevo vedere ancora la scena intorno a me, o almeno credevo di visualizzarla lucidamente. Potevo vedere l’indifferenza generale. Ma fu quando venni colto da convulsioni accompagnate da un singulto inumano che tutti sembrarono accorgersi della mia presenza. Caddi sul culo, prima di cominciare a rotolarmi sul pavimento – credo – e ad emettere versi bestiali. Di tutta risposta, gli astanti inzupparono gli ultimi pezzi di brioche e pasticcini nel latte e si allontanarono come se temessero di perdere il treno. Quando riuscii a tornare in pieno controllo delle mie facoltà, mi ritrovai circondato dal personale del bar. L’addetto alla macchina del caffe-latte mi disse con tono calmo ma sconcertato: «signore, la prego di andarsene: il suo comportamento neanche lontanamente mammifero sta spaventando i nostri clienti».

[continua]

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